Perché il 20 giugno sarò a Roma

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«Reagiremo ogni volta che la vita umana è minacciata. Quando il carattere sacro della vita prima della nascita viene attaccato, noi reagiremo per proclamare che nessuno ha il diritto di distruggere la vita prima della nascita. Quando si parla di un bambino come un peso o lo si considera come mezzo per soddisfare un bisogno emozionale, noi interverremo per insistere che ogni bambino è dono unico e irripetibile di Dio, che ha diritto ad una famiglia unita nell’amore. Quando l’istituzione del matrimonio è abbandonata all’egoismo umano e ridotta ad un accordo temporaneo e condizionale che si può rescindere facilmente, noi reagiremo affermando l’indissolubilità del vincolo matrimoniale. Quando il valore della famiglia è minacciato da pressioni sociali ed economiche, noi reagiremo riaffermando che la famiglia è necessaria non solo per il bene privato di ogni persona, ma anche per il bene comune di ogni società, nazione e stato» (San Giovanni Paolo II, Washington, 7 ottobre 1979)

«Riguardo alle nozze gay credo che non si debba parlare solo di una sconfitta dei principi cristiani, ma di una sconfitta dell’umanità» (card. Pietro Parolin, segretario di Stato Santa Sede, 26 maggio 2015).

«Il gender si nasconde dietro a valori veri come parità, equità, autonomia, lotta al bullismo e alla violenza, promozione, non discriminazione ma, in realtà, pone la scure alla radice stessa dell’umano, per edificare un ‘transumano‘ in cui l’uomo appare come un nomade privo di meta e a corto di identità.(…) Genitori che ascoltate, volete questo per i vostri figli? Che a scuola – fin dall’infanzia – ascoltino e imparino queste cose, così come avviene in altri Paesi d’Europa? Reagire è doveroso e possibile, basta essere vigili, senza lasciarsi intimidire da nessuno, perché il diritto di educare i figli nessuna autorità scolastica, legge o istituzione politica può pretendere di usurparlo. È necessario un risveglio della coscienza individuale e collettiva, della ragione dal sonno indotto a cui è stata via via costretta». (card. Angelo Bagnasco, presidente Cei, 23 marzo 2015)

«La Chiesa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso. (…) Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale». (Benedetto XVI, Caritas in Veritate, n. 51)

«I nostri ragazzi, ragazzini, che incominciano a sentire queste idee strane, queste colonizzazioni ideologiche che avvelenano l’anima e la famiglia: si deve agire contro questo. (…). Queste colonizzazioni ideologiche, che fanno tanto male e distruggono una società, un Paese, una famiglia. E per questo abbiamo bisogno di una vera e propria rinascita morale e spirituale».
(papa Francesco, Convegno ecclesiale della diocesi di Roma, 15 giugno)

Dovrebbe essere tutto molto chiaro, il dovere dei cristiani di difendere la vita e la natura umana non solo con la testimonianza personale ma anche con l’azione politica è qualcosa a cui non ci si può sottrarre. Eppure di giorno in giorno aumenta il numero dei cattolici che criticano, ostacolano, condannano, emarginano quei cattolici che si impegnano pubblicamente in difesa dei bambini delle scuole materne ed elementari che si vorrebbe sottoporre a quel lavaggio del cervello e condizionamento psichico chiamato “educazione al gender” e contro il progetto di sfiguramento e reificazione dell’umano che sta dietro la richiesta di legalizzazione delle unioni fra persone dello stesso sesso. A chi partecipa a miti iniziative come le Sentinelle in piedi o la manifestazione “Difendiamo i nostri figli” del 20 giugno a Roma capita di essere accusati di insensibilità, ideologismo, moralismo, militantismo, imposizione del punto di vista cristiano a chi non è cristiano, violazione della libertà di scelta altrui, propensione allo scontro anziché al dialogo e persino omofobia!

La cosa è triste, ma non certo inedita. Sin dai primi anni dopo Cristo i cristiani hanno dato spettacolo delle loro divisioni, e a volte è stato uno spettacolo cruento, che ha visto spargere sangue e condannare al rogo non metaforicamente l’eretico di turno. Qualche progresso da allora s’è fatto, normalmente la violenza fisica è evitata, ma quella morale –fatta di parole alle spalle, esclusioni, rancori, disistima – purtroppo è ancora molto comune. Temo che questo fenomeno durerà fino alla fine dei tempi, come tutte le altre infermità della condizione umana.

Io parteciperò alla manifestazione di sabato, e qui di seguito do le ragioni della mia decisione. Non esprimo giudizi sulle scelte altrui diverse dalla mia, voglio solo motivare in positivo quello che sto per fare, per evitare fraintendimenti ed equivoci e per restare in dialogo con chi agisce diversamente.

Anzitutto non c’entrano niente valori, principi, ideali. No, no: non c’entrano niente. La mia partecipazione è anzitutto un tentativo di tradurre in pratica in una situazione data i primi due comandamenti del Decalogo, che sono rivolti a me come a ogni altro essere umano: Amerai il Signore e Amerai il prossimo tuo come te stesso. In secondo luogo – ma è solo una distinzione per chiarezza di esposizione, in realtà il secondo punto è solo un annesso del primo -, è il tentativo di denunciare e combattere l’ideologia totalitaria che in modo strisciante sta prendendo il potere nel mondo occidentale. Ideologia del gender chiamiamola per comodità, ma io propongo una nuova definizione, quella di “postsessualismo”, perché è evidente che l’obiettivo ultimo del progetto rivoluzionario è di abolire la differenza sessuale come differenza data e fondante le istituzioni della società, in nome dell’egualitarismo e dell’autodeterminazione del singolo individuo. Che questa ideologia sia totalitaria non starò a spiegarlo con una dissertazione filosofica, qui è meglio offrire qualche banalissimo esempio: quando un premio Nobel viene linciato sulla piazza mediatica e costretto a dimettersi dall’universo solo perché ha detto che le donne piangono più spesso degli uomini, quando una ditta di pannolini è obbligata a ritirare una pubblicità perché in essa si sottolinea che le bambine pisciano in modo diverso da quello dei maschi, quando un pasticciere viene condannato da un tribunale non perché ha rifiutato di vendere una torta a una coppia di persone dello stesso sesso, ma perché si è rifiutato di scriverci sopra “Sì al matrimonio gay”, quella cosa di fronte alla quale ci troviamo si chiama totalitarismo, e il fatto che pochi protestino di fronte a questi atti intimidatori e ingiusti significa che il totalitarismo ha fatto breccia nelle menti così come nelle legislazioni.

Cominciamo con la questione dell’amore per il prossimo. I bambini ai quali è destinato l’indottrinamento psicopatogeno del gender sono il mio prossimo, e in quanto uomo e cristiano sono chiamato a prendere le loro difese, a fare qualcosa perché gli sia risparmiato questo male, a oppormi all’ingiustizia che è fatta loro. Qui c’è un’aggressione, e quando c’è un’aggressione il dovere di tutti gli esseri umani, in prima fila i cristiani, è di difendere gli aggrediti. Su questo punto nessun uomo e nessun cristiano possono mantenersi neutrali, in proporzione alle loro possibilità di intervento hanno il dovere di intervenire. Davanti al male, all’ingiustizia, ai delitti contro i più deboli e i più poveri, alla reificazione dell’uomo, alla negazione della sua dignità, cristiani e uomini di buona volontà sono provocati ad agire. Il comandamento dell’amore per il prossimo implica anche di battersi per difendere l’orfano, il povero, la vedova.

Un mio amico mi ha obiettato: «Così facendo tu intervieni a valle, sugli effetti, mentre bisogna intervenire a monte sulla causa. La politica è poco efficace, perché si occupa delle conseguenze, invece l’educazione è decisiva, perché cambia il soggetto. Occorre concentrare le forze sul cambiamento del soggetto, così le sue azioni diventeranno virtuose e rinuncerà a fare il male». Sono d’accordissimo che bisogna operare per il cambiamento del soggetto. Nobile cosa è l’educazione, prevenire è meglio che curare, ma ahimè la realtà ci pone di fronte a situazioni che richiedono interventi diretti, con un uso legittimo della forza. Forza materiale o forza politica, a seconda delle circostanze. Al mio amico ho replicato: «Amico mio, tu hai due figlie giovani. Se mentre le accompagni a casa da una festa ti si avvicinano due mascalzoni, e uno cerca di strappare la borsetta alla prima figlia, e l’altro molesta sessualmente la seconda, tu cosa fai? Dici: “fermatevi, l’essere umano è chiamato a riconoscere un bene nell’altro essere umano, voi siete migliori di così, venite a pregare con me e sarete illuminati, guardate nei miei occhi e scoprirete l’amore di Cristo”, oppure molli calci e pugni per dissuaderli dalle loro cattive intenzioni? Cerchi di cambiare la coscienza che di sé ha il soggetto, o cerchi di neutralizzare l’azione che quel soggetto sta compiendo?». L’amico mi ha risposto che avrebbe difeso fisicamente le figlie dall’assalto, ma che poi si sarebbe preoccupato di ritrovare i due manigoldi e di cercare di impegnarli in un cammino di crescita umana. Perfetto, ho detto, allora siamo d’accordo. Quando c’è un’aggressione, prima di tutto si risponde all’aggressione, in nome del buon diritto degli aggrediti. Poi si dialoga e si educa. Se la controparte è disponibile e interessata, perché nessuno è obbligato a dialogare con me o a farsi educare da me.

(fine prima parte)

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