“Faccio uso di psicofarmaci”. Anch’io, che non lo amo, rendo onore a Saviano che distrugge il proprio mito

Quel che penso dello scrittore Roberto Saviano non l’ho scritto io ma un ispiratissimo Giuliano Ferrara di due anni fa. Cioè nulla di buono, per chi non avesse tempo di leggere. Il pre-giudizio, però, non impedisce di riconoscere tutto il bello che c’è nel Saviano intervistato ieri dal quotidiano spagnolo El Pais in una coraggiosa, apparentemente sincera e soprattutto spietata confessione del proprio dramma umano.

Ne riporto alcune parole. “Non credo sia nobile aver distrutto la mia vita e quella delle persone che mi circondano per cercare la verità. Avrei potuto fare lo stesso, con lo stesso impegno, con lo stesso coraggio ma con prudenza, senza distruggere tutto. Invece sono stato impetuoso, ambizioso“.

E all’intervistatore che gli chiede se ne è valsa la pena risponde. “No. E so che quando lo dico, qualcuno può pensare: che codardo. Vale la pena cercare la verità e vale la pena arrivare fino in fondo, ma proteggendoti“.

Poi la confessione choc. “Già adesso ho bisogno di psicofarmaci per tirare avanti e non era mai accaduto prima. Non ne faccio abuso, ma a volte ne ho necessità”.

Ma le parole più grandi, per me, sono quelle che seguono, perché smascherano e definiscono l’errore di ogni ideologia, che non è chissà quale arzigogolo mentale “pseudopolitico”, ma l’incapacità di vedere, tutti presi dalla propria (buona o cattiva) causa, “qualunque altra cosa della vita”. Eccole.

“Se tu anteponi un obiettivo, la verità, la denuncia, a qualunque altra cosa della tua vita, diventi un mostro. Un mostro. Perché tutte le tue relazioni umane e professionali sono orientate a ottenere la verità. Forse alla fine sarà nobile, una cosa generosa. Tuttavia la tua vita non si converte in generosa, le relazioni diventano terribili“.

Non è poco, specie per chi è da molti considerato un mito, riconoscere di non sentirsi contenti di sé, o almeno non convinti del proprio operato, proprio mentre tanti si identificano in te: Saviano, si sa, è una delle tante icone dell’eroismo mediatico-civile dei nostri tempi, frutto di una ingenua identificazione morale con modelli lontani, sempre coerenti in apparenza, ma in fondo abbastanza distanti per poter essere compresi nell’intimità del proprio dramma umano. Lui autodistrugge questa illusione scenica con un giudizio spietato. Come se avesse consigliato, ai tanti che vorrebbero essere Saviano, che essere Saviano non è proprio il massimo; e fare come Saviano, forse, non è la cosa più bella e saggia.

Non è da tutti: ve lo immaginate un Marco Travaglio, dall’alto del suo infrangibile schermo di vanità, mettere in primo piano il proprio dramma personale rispetto alla sacrosantità della propria (naturalmente sempre giusta!) causa?

La prima tentazione, per chi non ha mai amato lo scrittore campano, è quella di una rivalsa intellettuale (“lo dicevo io”; “si vedeva…”; “l’eroe moralista che precipita nel vuoto”), la consegna ai suoi del re sfregiato, lo scempio dell’icona.

Ma non è forse più bello fermarsi a riconoscere la novità insolita di questo racconto sincero, di questo Saviano che scende dall’Olimpo e viene qui tra noi mortali? Tra noi che amiamo le nostre battaglie, ma in fondo, come lui, cerchiamo anche noi una vita più autentica di quella che i nostri progetti e le nostre giuste cause sembrano prometterci. Benvenuto tra noi. In fondo si è eroi quaggiù, con gli altri, immersi nei drammi degli altri, non lassù, imprigionati nel mito (e nella solitudine) del proprio sentirsi migliori.

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