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Enzo Piccinini. La vita a piene mani

maggio 21, 2009 Marina Corradi

«Io sono un ateo, diventato cristiano per caso. Perché vengo dal posto dove l’ateismo è nato, la bassa emiliana. Sono cresciuto respirando il pragmatismo tipico degli emiliani. Per loro la metafisica è l’opinione di qualche mente malata. Per questo, per me il fatto cristiano è stato proprio un’avventura. È stato come una scommessa. La sfida è che il cristianesimo non significa che l’uomo è un po’ meno degli altri, perché ha qualche obbligo morale in più, ma significa la vera umanità».

È un passo della biografia di Enzo Piccinini di Emilio Bonicelli (Enzo, un’avventura di amicizia, Marietti 1820). Piccinini era un noto chirurgo, e un dirigente di Comunione e Liberazione. È morto in un incidente stradale, sull’Autosole, dieci anni fa, il 26 maggio 1999. Anche quella sera, come sempre, correva: pendolare com’era fra l’ospedale a Bologna e la famiglia, e Cl a Milano. Uno che correva spinto dalla passione per gli altri: malati da operare, allievi da formare, ragazzi da crescere. Gli sarebbe stato giusto addosso il motto paolino: «Caritas Christi urget nos», la carità di Cristo ci sprona, ci fa correre.

Ciò che colpisce nella sua storia è l’eco di una sfida. «Io sono un ateo, diventato cristiano per caso…». Un ragazzo di Rubiera, provincia di Reggio Emilia, in quattordici in una cascina. Lui, Enzo, che vuole studiare. I collegi cattolici. A 18 anni, «una ribellione totale alla questione cristiana». Frequenta l’estrema sinistra. Se ne va un istante prima che i suoi amici entrino in clandestinità. È accaduta una cosa: la curiosità di «vedere cosa facevano» dei ragazzi che ogni sera nella cripta del duomo di Reggio recitavano i Salmi. I vecchi amici lo mettono in guardia: «Vedi, sono bravi ragazzi, ma hanno un chiodo fisso, Gesù Cristo», e lo dicono come se si trattasse di un grave handicap. Ma il “caso” scatta, Enzo sceglie: quelli dei Salmi sono i suoi nuovi amici. La sfida è netta: «Il cristianesimo non significa che l’uomo è un po’ meno degli altri, ma significa la vera umanità».

Quanto c’è della storia della generazione che ha superato i cinquant’anni, in questa frase. Il cristianesimo come un restringimento dell’umano, un piegarsi sotto a obblighi e precetti, un vivere a capo chino tarpando il proprio stesso desiderio di felicità. Questa era proprio l’immagine che della fede cristiana avevo tratto io, fra oratori e catechismo; e non solo io, ma in quanti, nella mia classe di liceo, la pensavamo così. Poi, per qualcuno, il “caso”; l’incontro che insinua un dubbio. La possibilità di non rassegnarsi a una vita di carriera, soldi, amori a termine – e alla fine a un triste educato cinismo – stava in quella scelta: riconoscere in Cristo non una vecchia fiaba buonista, ma il Dio vivente. Singole, nascoste rivoluzioni, qui e là, in una generazione in massa di sinistra, laica, “liberata”. Come questo medico che operava i malati inoperabili, che amava la compagnia, e il buon cibo, e il buon whisky, e al cui funerale San Petronio scoppiava di settemila amici. La sfida, compiuta. 48 anni appena, ma quanta vita: abbondante, gratuita, a piene mani.

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