Enrico Letta, l’ispettore Clouseau chiamato a commissariare il Pd

Enrico Letta
Il segretario del Pd Enrico Letta

Sulla Zuppa di Porro Nicola Porro scrive: «Ma soprattutto, Antonio Pilati è stato un mio sincero amico, nonché un collaboratore acuto e prezioso di questa Zuppa che, ogni giorno, cucino e gusto insieme a voi. Ed è stato un mio stupendo alleato quando, in Rai e in minoranza, provavamo a resistere alle censure su Virus. Con Vichi Festa, che me lo presentò, al Foglio di via Hugo a Milano, mi ha insegnato a vedere sempre il profilo laterale delle nostre piccole questioni politiche. Favolosa la sua rubrica in cui spiegava ai foglianti il futuro delle tlc, primo a capire come sarebbe cambiato quel mondo. Mi mancheranno le passeggiate che facevamo insieme a corso Lodi, parlando del più e del meno, con quell’aria scanzonata da eterno giovanotto che continuerò a tenere nel mio cuore».

In molti piangeranno la perdita di Antonio, di una voce e di un’intelligenza così vivace e libera, di un’analisi così sapiente del mondo digitale che già negli anni Novanta spiegava nella sua rubrica “media e mercati”, come ricorda Nicola, tutto quel che sarebbe successo. Pubblicamente Pilati è stato un autorevole membro dell’Antitrust, di Agcom e del consiglio d’amministrazione della Rai. Privatamente è stato uno dei miei più cari amici con cui chiacchieravo almeno un paio di volte alla settimana per capire che cosa succedeva in Italia e nel mondo: mancherà molto al mio affetto e alla mia capacità di leggere la realtà.

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Su Affari italiani si scrive: «”Rimango a disposizione del mio Paese, con le mie idee e con il mio lavoro. Mi occuperò di più di Venezia, la mia città, e della mia famiglia: i grandi amori della mia vita”. È quanto fa sapere il ministro per la Pa Renato Brunetta nell’annunciare che non scenderà nell’agone politico alle prossime elezioni dopo la sua uscita da Forza Italia».

Renato ha, come è noto, un caratteraccio, ma è un intellettuale di una qualità che si coglie anche nella sua scelta di non volersi prestare a operazioni politiche scomposte e improvvisate. Insomma Brunetta è un grande, e non certamente una piccola brunetta sciuè sciuè.

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Su Strisciarossa Paolo Soldini scrive: «Stavolta, rispetto a quattro anni fa il disegno è più complesso: oltre all’articolo 11, altri tre passaggi della Costituzione andrebbero modificati. Sono l’articolo 97, che attribuisce alle pubbliche amministrazioni l’obbligo di assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico “in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea”; l’articolo 117, in cui si legge che “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali” e l’articolo 119 che prescrive che gli Enti Locali “concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”. In tutti e tre gli articoli i riferimenti agli “obblighi internazionali” e all’”ordinamento dell’Unione europea” dovrebbero scomparire. Il senso delle modifiche è chiaro: è la negazione del principio in base al quale la legislazione europea è preminente rispetto a quella nazionale. Le norme dei Trattati e gli atti delle istituzioni europee sarebbero applicabili solo in quanto fossero “compatibili” con i princìpi e le leggi dell’ordinamento sovrano dell’Italia. Prima di vedere quali effetti pratici in Europa e in Italia avrebbero queste modifiche costituzionali, bisogna ricordare che il principio della preminenza della giurisdizione nazionale su quella europea è stato già affermato in uno stato dell’Unione, la Polonia».

L’analisi di Soldini sulle proposte di Giorgia Meloni si distingue dalla solita caciara contro gli attentati alla Costituzione, contro il pericolo neofascista, contro il putinismo della destra italiana, e si concentra invece sulla vera sintonia di Fratelli d’Italia, cioè quella con i conservatori alla guida della Polonia, alleati tra i più fedeli oggi degli Stati Uniti, ma che pongono questioni sia nelle guerre culturali in corso (essenzialmente se trasformare tutte le irrinunciabili libertà contemporanee, tra le quali quella di scegliersi, senza discriminazioni, i comportamenti sessuali tra adulti più graditi, in diritti ideologicamente garantiti: una posizione polacca con crescente seguito tra tutti i “popolari europei”), sia nella costruzione dell’Europa e sullo spazio delle Costituzioni nazionali che difficilmente potrebbe essere solidamente sostituito da un unificato spazio giuridico europeo se l’Unione non si darà una Costituzione. Una posizione, quest’ultima, sostenuta anche da un partito che tanto ha dato all’integrazione comunitaria come quello gollista. Si può o meno convenire con Soldini che tatticamente indebolire oggi l’Unione possa essere rischioso. Ma la scelta tra opzioni diverse, come quelle citate, è appunto il sale di una politica democratica che va perseguita senza demonizzazioni apocalittiche.

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Su Formiche si scrive: «Questa campagna elettorale si sta giocando soprattutto sulla riforma costituzionale in senso presidenzialista e sui temi dell’europeismo, dal Green deal al Pnrr. Il Partito democratico ha due figure spendibili in parlamento e nel Paese su questi temi: il costituzionalista Stefano Ceccanti e Vincenzo Amendola, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega agli affari europei e figura riconosciuta a livello internazionale, nonché protagonista del Recovery Fund. Purtroppo hanno il difetto di essere bravi, competenti, seri e onesti. E, massima delle aggravanti, senza una corrente che li sostenga all’interno del partito. Per questo, entrambi sono stati schierati in posizioni molto difficili: Ceccanti è 4° nella lista proporzionale del collegio Firenze-Pisa – ieri sera aveva smentito questa notizia, ma il suo nome era effettivamente in quella collocazione, in cui è impossibile essere eletti – mentre Amendola è al terzo posto tra i candidati senatori nel collegio plurinominale Campania 1».

Formiche segnala alcuni dei gravi pasticci che i Democratici stanno combinando nella preparazione delle liste per le politiche del 25 settembre. Il caos che si sta manifestando nel partito, per così dire, guidato da Enrico Lettino, non era imprevedibile. Come si sa, chi semina vento, raccoglie tempesta: il rocambolesco sforzo di mandare avanti una legislatura delegittimata dal taglio stesso di un terzo dei parlamentari (fatto che in una nazione decente avrebbe di per sé portato allo scioglimento delle Camere), ha provocato il massimo di confusione nella forza più responsabile di questa condotta cioè il Partito democratico. Il tutto è stato peraltro aggravato dalla scelta di Emmanuel Macron di commissariare il Pd – cioè gli ex pci (le truppe) e gli ex sinistra-dc (i generali) – invece che con un prefetto di stile napoleonico, con l’ispettore Clouseau.

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