Il voto in Francia è una pietra sul modello tecnocratico à l’italienne

Emmanuel Macron
Il presidente Emmanuel Macron, uscito delle elezioni parlamentari in Francia senza una maggioranza (foto Ansa)

Sulla Zuppa di Porro Corrado Ocone scrive: «In dote, il presidente del Consiglio ha portato all’Italia un fattore immateriale che nessun partito poteva dare di suo, la credibilità internazionale e per i mercati. E grazie a questo capitale del tutto simbolico, ma con effetti reali, è riuscito a portare a termine i compiti per cui era nato. Oggi accusa evidentemente una crisi che dalla politica estera si riflette sulle decisioni interne e sullo stesso assetto politico, ma si tratta più che altro di una crisi di sistema che investe da anni il paese e che non è sfociata nemmeno con Draghi (ammesso e non concesso che potesse avvenire il “miracolo”) in una soluzione positiva. L’unica cosa seria che si può fare ora è tamponare qualche falla e sperare in un ritorno nel 2023 quanto meno di una normale dialettica politica, con le forze di governo da una parte e quelle di opposizione dall’altra. Credo che il primo che sia consapevole di ciò, e non voglia continuare la sua esperienza, sia proprio Draghi».

Con tutta la stima per un osservatore intelligente come Ocone, credo sia utile chiedersi perché mai si debba aspettare il maggio 2023 per preparare un ordinato ritorno della politica. Solo per far fare nomine che aggradano a Francesco Giavazzi? Oggi c’è un consenso di base, che comprende da Giorgia Meloni a Luigi Di Maio, da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, per arrivare a fine legislatura con scelte chiare in politica estera e con alcuni elementi decisivi in politica economica, lasciando altri nodi da sciogliere (patrimoniale, reddito di cittadinanza, salario minimo, revisione pensioni, impianti balneari e così via) a una vera maggioranza politica. Votare se non a settembre 2022, almeno a febbraio 2023, è l’unica via peraltro per salvare anche il valore immateriale di Mario Draghi per incarichi internazionali, dopo che non lo si è voluto al Quirinale.

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Su Startmag Francesco Damato scrive: «La Francia, col presidente Macron stretto, a una quarantina di seggi mancanti alla maggioranza, fra la sinistra di Mélenchon e una destra passata in un colpo solo da 8 a 89 seggi parlamentari, è ingovernabile forse ancor più dell’Italia».

Secondo Damato è in crisi il modello istituzionale francese. In realtà il voto per il Parlamento d’Oltralpe mette una pietra sopra a quel modello italiano che, inaugurato da Giorgio Napolitano tra il 2008 e il 2011, prevedeva un governo tecnocratico che non fosse né di destra né di sinistra. Questa impostazione perfezionata da Emmanuel Macron, pur sorretto da un establishment laicista ben più solido di quello romano e da uno Stato non comparabile per efficienza con il nostro, si è scontrata con l’esigenza di democrazia dei cittadini. Modello italienne, dunque, adieu! Ne prendano nota i vari topini nel formaggio centrista, dai Calenda ai Renzi ai BeppeSala e ai LuigiDiMaio.

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Su Open si scrive: «Il primo ministro israeliano Naftali Bennett e il ministro degli Esteri Yair Lapid hanno deciso di interrompere l’attuale legislatura».

Forse Israele voterà per la quinta volta in tre anni e mezzo, dimostrando così che anche una nazione assediata da nemici e terroristi può trarre tutta la forza necessaria per resistere e svilupparsi dal voto dei suoi cittadini, magari limitando anche a un periodo ragionevole governi di unità nazionale che strutturalmente indeboliscono il confronto politico, che è la ricchezza di un popolo.

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Sul sito di Tgcom si scrive: «L’Ue è “pienamente impegnata a collaborare con i suoi partner globali” per gestire le peggiori conseguenze “sulla sicurezza alimentare” e ha adottato misure “rapide e complete”. Il Consiglio esprime la “sua profonda preoccupazione” per il fatto che le popolazioni vulnerabili si trovino ad affrontare livelli d’insicurezza alimentare “senza precedenti”. “La guerra di aggressione ingiustificata, non provocata e illegale della Russia contro l’Ucraina ha drammaticamente aggravato la crisi della sicurezza alimentare”, si legge nel documento».

Senza dubbio l’emergenza alimentare globale deriva anche dall’aggressione della Russia contro l’Ucraina che andava contrastata con sanzioni e armi per la resistenza di Kiev. Però l’escalation che ha accompagnato la “giusta” risposta occidentale nasce anche da una scelta strategica, l’ipotesi di disgregare la Russia non ben meditata nelle sue conseguenze e dunque, pur comprensibile eticamente, gravemente sbagliata politicamente.

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