Dubitare della lucidità della strategia di Biden significa tradire la resistenza ucraina?

Joe Biden
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden (foto Ansa)

Su Fanpage si scrive: «“Ricordate che sono stato criticato per aver chiamato Putin un criminale di guerra”, ha detto oggi l’inquilino della Casa Bianca dopo essere atterrato a Washington. “La verità è che avete visto tutti cosa è successo a Bucha. È effettivamente un criminale di guerra. Ma dobbiamo raccogliere le informazioni”».

Non si possono assolvere i massacri di civili inermi, questo è sacrosanto. Va affermata la possibilità che autorità indipendenti perseguano crimini contro l’umanità dovunque questi siano stati commessi. Bisognerebbe però agire in modo da non dare la sensazione di essere padroni del mondo, bensì una forza che ricerca non solo la verità ma anche la soluzione, sia pure inevitabilmente parziale e realistica, dei drammi che vive il nostro pianeta.

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Su Atlantico quotidiano Fabrizio Borasi scrive: «Oggi nelle cancellerie occidentali (sia anglosassoni che europee continentali) prevalgono toni da “guerra santa”, se ci si attiene strettamente ai quali ben difficilmente si potrà giungere ad una iniziativa di pace: c’è da augurarsi per il bene di tutti che prevalga invece un’interpretazione della realtà politica simile a quella di Huntington, grazie alla quale si possa vedere in Putin un nemico da affrontare magari anche tramite gli aiuti all’Ucraina, ma con il quale quanto prima si deve cercare (lo richiede la necessità di porre fine alle sofferenze della guerra per gli ucraini e a quelle economiche e sociali per i cittadini europei) di arrivare ad una “giusta pace”, che riconosca per quanto possibile le posizioni delle due civiltà in conflitto».

Un sito che si è schierato con durezza contro la guerra di Vladimir Putin all’Ucraina ricorda come non ci si debba concentrare solo nella difesa ideologica di princìpi pur sacrosanti, ma impegnarsi anche nell’analisi concreta di come questi princìpi man mano si possano affermare.

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Su Huffington Post Italia Giulia Berardelli scrive: «La condanna per le atrocità russe a Bucha, Irpin e altre località ucraine è unanime tra i paesi dell’Unione Europea, ma quando si tratta di tagliare il cordone ombelicale del gas che lega l’Ue a Putin l’unanimità svanisce come nebbia mattutina. A riportare l’Europa al suo dilemma è il niet della Germania all’ipotesi di un embargo del gas russo, dopo l’incauta apertura avanzata ieri dalla ministra della Difesa Christine Lambrecht».

La mancanza di realismo nelle questioni internazionali porta a grandi proclami e, poi, a grandi marce indietro.

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Su Startmag Dario Fabbri scrive: «Secondo il progetto americano, Mosca dovrebbe sprofondare nella crisi economica e nella claustrofobia culturale, incapace di agire compiutamente nella penisola europea, di sostenere la causa cinese, con Pechino improvvisamente orfana di un socio pensato come assai potente. Eppure tale manovra è portatrice di numerosi rischi. Al di là dell’Occidente, la Russia non pare isolata, anzi ha riscosso soprattutto il sostegno dell’India, oltre a quello della stessa Cina, impegnata in queste ore a fornire munizioni alle forze armate di Mosca senza scatenare su di sé l’impianto sanzionatorio washingtoniano. Così nel medio periodo la Repubblica popolare potrebbe comunque avvalersi del patrimonio strategico della Russia semplicemente assorbendo a basso costo le sue risorse energetiche e militari, trasformandosi in un soggetto perfino più pericoloso perché ampiamente dominante nei confronti di Mosca – quanto voleva ottenere il Giappone all’inizio del Ventesimo secolo».

Chiedersi se la strategia dell’amministrazione democratica americana sia efficace nel medio periodo, significa tradire la resistenza ucraina?

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Sulla Nuova Bussola quotidiana Maurizio Milano scrive: «Sganciandosi dal dominio del dollaro, i paesi non allineati con gli Stati Uniti avrebbero poi il vantaggio di potere aggirare eventuali sanzioni imposte dalla Casa Bianca o dall’Unione Europea. A tal proposito, il conflitto in Ucraina e la conseguente escalation sanzionatoria contro la Russia potrebbero avere come effetto indesiderato proprio l’accelerazione di tali tendenze alla “de-dollarizzazione”: dopo gli smacchi recentemente subìti in Afghanistan dall’amministrazione Biden, il lento tramonto del “petrodollaro” potrebbe portare in futuro a una nuova Bretton Woods, con la perdita per gli Usa del proprio status dominante sul fronte valutario. Ciò segnerebbe un netto ridimensionamento della “globalizzazione politica”, nata dalle ceneri dell’Urss nel 1991 e centrata sul ruolo egemone statunitense. In un mondo sempre più multipolare, dove il dominio degli Stati Uniti risente della minaccia crescente delle nuove potenze emergenti, la finanza e le valute diventeranno armi non convenzionali di primaria importanza nelle moderne “guerre asimmetriche”».

Diversi esperti sostengono che un processo di de-dollarizzazione dell’economia mondiale è molto più complicato di quello descritto, per esempio, da Milano sulla Nuova Bussola quotidiana. Però, quante cose che gli esperti giudicavano complicate, sono avvenute nella storia del mondo anche contemporaneo?

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Su Dagospia si riporta un articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera nel quale si scrive: «La Casa Bianca non riesce più a imporre gli accordi dei quali ha bisogno. L’Unione Europea non ha ancora il peso politico per supplire ai limiti dell’amministrazione americana. E l’effetto netto è meno petrolio in vendita sul mercato, a prezzi più alti».

Anche chi sostiene con ottimi argomenti una linea molto dura contro l’aggressione russa all’Ucraina non può non interrogarsi sugli impasse della strategia dell’Occidente guidato dall’amministrazione democratica americana.

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Su Startmag Maria Scopece intervista Nicola Armaroli, dottorato di ricerche in Scienze chimiche e dirigente di ricerca del Cnr, che dice: «“Il gas liquido costa di più del gas russo”, ha detto il dirigente di ricerca del Cnr esperto anche di energie. “Dipendiamo così tanto dalla Russia perché il gas russo era quello che costava meno, l’abbiamo fatto per una questione di mera convenienza e ora i nodi vengono al pettine”. Il gas liquido costa di più perché arriva da lontano, ancora più lontano che dalla Siberia. “Deve essere prima liquefatto, a basse temperature, a 160 gradi sotto zero, quindi immaginatevi il costo economico e anche energetico di un’operazione del genere”, ha aggiunto Armaroli. “Poi viene trasportato su una nave che solca gli oceani, deve rimanere a quelle temperature, arriva al rigassificatore e lì viene trasformato in gas e immesso nelle reti”».

È sempre opportuno avere una visione realistica delle strade che ci si appresta a imboccare.

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Su Affaritaliani si scrive: «Ci si trova ora in una situazione paradossale nella quale Joe Biden ha bisogno disperato di un accordo con Teheran per arrivare a un calo del prezzo. L’inflazione rischia di pregiudicare le elezioni midterm che il presidente americano affronterà nei prossimi mesi».

Poi non ci si deve stupire se l’ex direttore di Al Arabiya English (combattiva emittente degli Emirati Arabi Uniti), Mohammed al Yahya, scrive addirittura sul Jerusalem Post un editoriale critico dell’amministrazione democratica americana e dei suoi rapporti con emiratini e sauditi.

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Su Formiche Francesco Bechis scrive: «Ungheria e Serbia sono dunque i veri bastioni europei di Putin, cementati da un’intesa personale e politica sempre più esplicita tra Orbán e Vucic. Ma al team si avvicinano altri due paesi della regione: Bulgaria e Slovacchia».

Come sosteneva il già citato (da Boravi su Atlantico quotidiano) Samuel P. Huntington nel suo The Clash of Civilizations, la fine dell’ordine mondiale uscito dalla Conferenza di Yalta poteva portare a nuovi conflitti fondati su radici più antropologiche che ideologiche. Certi movimenti politici in nazioni slavo-ortodosse o come quella ungherese storicamente legate all’Asia, non possono essere spiegati solo come uno scontro tra democrazie e autocrazie. Far crescere una cultura dei diritti in tutte le società umane è sacrosanto, farlo a occhi chiusi è improbabile.

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