Ditela tutta: se si va al frontale con la Russia, il condizionatore spento sarà il meno

Mario Draghi
Il presidente del Consiglio Mario Draghi (foto Ansa)

Sulla Nuova Bussola quotidiana Riccardo Cascioli scrive: «Per questo ci si deve adoperare perché si arrivi prima possibile a un cessate il fuoco e a un accordo. Riconoscere la differenza tra aggressore e aggredito, e riconoscere il diritto alla difesa di chi è aggredito non è in contrasto con la ricerca di una soluzione negoziata. Dipende dall’obiettivo vero che ci si prefigge: in questo caso, se arrivare in fretta a una pace più possibile giusta, o cogliere l’occasione per dare una lezione a Putin e indebolire la Russia. Sembra abbastanza chiaro che Stati Uniti e Nato puntino a questo secondo obiettivo; del resto che si voglia un cambiamento di leader a Mosca ormai è stato detto esplicitamente. Ma le implicazioni di questa scelta sono gravi: perché a pagarla è innanzitutto il popolo ucraino (compresa la parte russofona), che conta già migliaia di morti e 4 milioni di profughi e sul cui territorio si sta combattendo; e poi tocca all’Europa: nell’immediato la si paga economicamente ma sappiamo come le guerre vanno facilmente fuori controllo e ci si potrebbe trovare coinvolti in un vero e proprio conflitto in cui anche l’arma atomica non sarebbe più tabù. Purtroppo, a quanto si vede, la corsa verso il baratro è iniziata».

È questo il dilemma che ci troviamo di fronte: cercare di ricostruire una pace in Europa nelle condizioni concrete dell’oggi, pur facendo pagare il massimo possibile all’aggressore e proteggendo come si può l’aggredito? O prepararsi a una lunga e imprevedibile guerra per disgregare la Russia?

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Su Dagospia si riprende un lancio dell’Ansa nel quale si scrive: «“Dobbiamo essere pronti ad un lungo confronto con la Russia, per questo dobbiamo mantenere le sanzioni e rafforzare la nostra difesa”. Lo ha detto Jens Stoltenberg, il segretario generale della Nato, aprendo il Consiglio atlantico al livello dei ministri degli Esteri».

Che un’alleanza militare si prepari alla guerra è naturale. Poi ci sarebbero le decisioni politiche che dovrebbero governare quelle militari.

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Su Huffington Post Italia Giulia Belardelli scrive: «La guerra russa in Ucraina smaschera l’Onu, allo stesso tempo inutile e indispensabile. Inutile perché il seggio permanente della Russia al Consiglio di sicurezza toglie di mezzo qualsiasi possibilità di fermare praticamente la guerra; indispensabile perché l’Assemblea delle Nazioni Unite rimane l’unico luogo d’incontro tra pressoché tutti i paesi del mondo, dove provare a far passare misure simboliche come la sospensione di Mosca dal Consiglio per i diritti umani».

Prendere atto che il mondo non ha un governo mondiale ma una cassa di compensazione definita dai rapporti di forza stabiliti nella Seconda Guerra mondiale e dalla Conferenza di Yalta, significa fare i conti con la realtà. I principali problemi che dobbiamo affrontare oggi nascono dal fatto che allo scioglimento dell’Unione Sovietica è prevalsa la tentazione di saccheggiare la Russia e non si sono definiti trattati che garantissero i sistemi della sicurezza europea e globale.

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Su Dagospia Giampiero Mughini scrive: «Caro Dago, premesso che non ho alcuna parola bastante a dar conto dell’orrore di quella gente ucraina maciullata dai russi e lasciata marcire per strada – sicuri come erano quei biechi assassini della loro impunità –, ti confesso che esito a condividere la pressante richiesta di una “Norimberga” che veda sul banco degli accusati l’attuale dirigenza russa».

Tutti siamo colpiti dall’orrore oltre che per la guerra in generale, anche da certi crimini commessi da alcuni soldati e comandanti russi, crimini che andrebbero perseguiti penalmente. Detto questo, non è possibile comparare le pur gravissime colpe di Vladimir Putin nel perseguire con un disperato imperialismo granderusso obiettivi di “sicurezza” e di protezione delle popolazioni russofone, con il programma hitleriano di schiavizzare e sterminare le “razze” impure cioè ebrei, slavi, zingari, africani e così via, con sei milioni di morti israeliti e 28 milioni di morti russi.

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Sul Sussidiario il generale Giuseppe Morabito, diverse missioni all’estero, membro fondatore dell’Igsda e del Collegio dei direttori della Nato Defense College Foundation, dice: «Quello di resistere, consolidare le posizioni e possibilmente evitare di perderne di nuove. Ogni giorno Zelensky cerca di convincere la Nato a imporre la no-fly zone, ma sarebbe un atto di guerra alla Russia. Né si può immaginare di fornire armi offensive. Quando i russi avranno completato il controllo del Donbass, quanti carri armati dovremmo dare in teoria agli ucraini? E quanti aerei? Nella guerra moderna è folle attaccare se non si ha la superiorità aerea. Gli ucraini possono solo difendersi».

La propaganda americana sostiene che gli ucraini possono “vincere”, mi pare invece che le considerazioni del generale Morabito siano più realistiche. E dunque la scelta più concreta mi sembra quella di come si possa proteggere il più possibile Kiev e punire il più possibile Mosca, senza ulteriormente portare il mondo sull’orlo del baratro.

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Su Formiche Carlo Fusi scrive: «Quel che ha fatto Putin è inaccettabile ma non scompare mettendo la firma congiunta della Ue sotto un documento di condanna. Magari sarebbe necessario, su entrambe le sponde dell’Atlantico, recuperare alcuni elementi della dottrina Kissinger, la più vincente per l’Occidente come avverte Claudio Petruccioli, quella che ha portato alla diplomazia del ping-pong con la Cina prima e alla dissoluzione dell’Urss poi. Quella che presuppone il dialogo con l’Avversario che è Nemico e poi diventa Interlocutore obbligato. Chissà cioè se, come suggerisce il professor Dino Cofrancesco, non sia necessario rialzare il vessillo della realpolitik, frettolosamente sotterrato ma poi strumentalmente e sotterraneamente usato per difendere gli interessi nazionali di alcuni, da Berlino in qua. È un suggerimento che può tornare utile anche a Mario Draghi, che senz’altro la dottrina Kissinger conosce e apprezza. Forse gli può servire provare a indossare i panni dell’ex segretario di Stato statunitense e impostare su quella base l’azione diplomatica italiana e anche i rapporti con le forze politiche che sostengono il suo governo. Perché se, come tutto lascia credere, la guerra proseguirà per settimane o addirittura mesi, tenere unita la maggioranza unicamente sul fronte bellico e di intransigenza di stampo occidentalista, può risultare assai complicato. E strappi in una fase così delicata non sono né auspicabili né possibili. Un Draghi formato Kissinger potrebbe diventare la migliore scelta, la formula vincente per l’Europa».

Ecco un approccio intelligente alla situazione di crisi che stiamo vivendo.

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Su Atlantico quotidiano Federico Punzi scrive: «Sarebbe onesto da parte di questo governo, e in particolare dal presidente Draghi, e dei funzionari di Bruxelles, cominciare a trattare i cittadini da adulti, non come bambini capricciosi da convincere a rinunciare al gelato per la pace nel mondo. Altro che docce e condizionatori, in gioco c’è la distruzione della domanda energetica e una crisi industriale e occupazionale. Come ha ammesso Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia, martedì sera a Fuori dal coro su Rete Quattro, rinunciare al gas russo si può, certo. Possiamo farcela, ma nel breve termine con i razionamenti, con la “distruzione della domanda”. Il che vuol dire industrie ferme, che rinviano o riducono la produzione, oppure che chiudono proprio. Una “decrescita poco felice”, chiosa Tabarelli. Il gas per sostituire 29 miliardi di metri cubi l’anno dalla Russia non c’è. Ne possiamo trovare 10-15. Lo spiega con grande chiarezza nelle sue analisi su La Verità Sergio Giraldo».

Indubbiamente se si sceglie una guerra, sia pur virtuale ma di lunga durata, alla Russia, si deve dire la verità al proprio popolo, non mascherarla con qualche trucco retorico.

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Su Scenari economici Giuseppina Perlasca scrive: «Martedì, l’esecutivo dell’Ue aveva proposto di vietare l’importazione di tutti i tipi di carbone dalla Russia, come parte di un più ampio pacchetto di misure che limiterebbero ulteriormente il commercio con Mosca. Le sanzioni devono essere approvate dai governi dell’Ue, ma mercoledì sono state sollevate preoccupazioni in una riunione degli inviati diplomatici presso la Ue. Una questione fondamentale è stata sollevata dalla Germania, il più grande importatore di carbone russo dell’Ue. Berlino voleva chiarimenti sul fatto che il divieto di carbone avrebbe influito sui contratti esistenti o solo sui contratti futuri, hanno affermato le fonti. Se il divieto venisse applicato solo ai nuovi contratti, la Russia sarebbe ancora in grado di esportare carbone nell’Ue per un lungo periodo di tempo, ma questo placherebbe le tensioni sui mercati energetici».

La retorica non può nascondere, neanche nel breve periodo, la realtà.

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Su Dagospia si riporta un articolo di Fausto Carioti su Libero nel quale si scrive: «Come il gruppo dei “rossi toscani” che ha appena inviato al parlamento e a Mario Draghi un appello in cui si legge che “l’aumento delle spese militari fino al 2 per cento del Pil, chiesto dalla Nato, è non soltanto eticamente inaccettabile, ma politicamente sbagliato”. Tra loro ci sono gli ex presidenti di regione Vannino Chiti, Claudio Martini ed Enrico Rossi, e spicca la badessa prodiana Rosy Bindi, che contesta l’aiuto militare agli ucraini e invoca “una terza via tra mainstream bellicista e pacifismo impolitico”».

Io ritengo che abbiano ragione Carlo Smuraglia e Sergio Cofferati nel dire che si debba sostenere anche con le armi la resistenza ucraina. Credo che sia giusto aumentare la spesa militare degli Stati europei anche per contare di più con un alleato americano che, specialmente con le amministrazioni democratiche, dà prova di forzature nella politica estera. Però che a sinistra ci si chieda dove si vuole arrivare, se l’obiettivo di disgregare la Russia sia giusto, mi pare inevitabile. E mi pare che quella specie di prefetto che Emmanuel Marcon ha mandato a guidare il Pd non colga bene l’esigenza di discutere, in questo senso, con la sua base sociale e politica.

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Su Formiche Gabriele Carrer scrive: «È guardando a questo quadro che alcuni politici e commentatori britannici si stanno chiedendo: perché il Regno Unito, in prima fila con gli Stati Uniti nelle attività di intelligence sull’Ucraina, non ha seguito gli altri paesi espellendo qualche decina di diplomatici russi? Possiamo ipotizzare tre risposte. Prima: dopo il tentato avvelenamento di Sergej Skripal e della figlia Yulia, Londra ha distrutto la rete di spionaggio russo con le espulsioni di allora. Seconda: il controspionaggio britannico ha la situazione sotto controllo e a volte, possiamo riassumere così, è più conveniente monitorare certe attività. Terza: il governo di Boris Johnson e il suo Partito conservatore sono troppo legati alla Russia – ipotesi su cui spingono molto i critici del primo ministro sottolineando il suo doppio mandato da sindaco della capitale, ribattezzata Londongrad (ma questo già ai tempi del primo cittadino laburista Ken Livingstone). Nessuna esclude l’altra».

Naturalmente sulla qualità della discussione pubblica italiana conta un po’ anche il fatto che in numerose redazioni si siano indossati elmetti che offuscano la vista e fanno bollire i cervelli, e così non solo il povero Toni Capuozzo ma persino Boris Johnson (che ha appena bloccato l’importazione di petrolio russo) diventa agente d’influenza di Mosca.

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