Draghi ne ha «le tasche piene» del tira e molla sul governo. Figurarsi noi

Mario Draghi e Sergio Mattarella
Il presidente del Consiglio Mario Draghi e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (foto Ansa)

Su Open Alessandro D’Amato scrive: «Che ne ha “le tasche piene” il premier lo ha detto ieri ad Antonio Tajani durante una discussione sul Dl Concorrenza. Francesco Verderami sul Corriere della Sera racconta che quando il dirigente azzurro lo ha avvertito che Berlusconi non sarebbe rimasto a guardare, è sbottato: “Non lo consentirò. Non permetterò che questa situazione si trascini a lungo. E se non si comporrà, sarò io a salire al Quirinale”. Ora gli occhi sono tutti puntati sul voto di giovedì in Senato. Se il M5s vota no o esce dall’Aula, è molto probabile che il premier restituisca il mandato nelle mani di Mattarella. Il quale a quel punto lo rimanderebbe alle Camere per verificare la fiducia. Così la crisi si aprirebbe ufficialmente e tutti dovrebbero scoprire le carte. Anche i grillini che potrebbero lasciare il M5s in caso di rottura con il premier».

Che Mario Draghi ne abbia le tasche piene è un suo diritto: dovevano eleggerlo al Colle e lasciarli gestire un ritorno dell’Italia a una politica democratica garantita verso Bruxelles e Washington. Poi le trame di Ugo Zampetti per far rieleggere un poco trasparente Sergio Mattarella e l’incapacità strategica di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi (grandi tattici ma incapaci di organizzare una prospettiva articolata) hanno lasciato tutto com’era prima del voto del Quirinale, sia nella presidenza del Consiglio sia in quella della Repubblica. Però c’è chi ha diritto di avere le tasche piene più dell’ex presidente della Bce: ed è il popolo italiano, che assiste al disfacimento della democrazia nazionale senza essere mai interpellato nei momenti cruciali. Oggi a forze politiche veramente responsabili resta un solo compito: garantire un percorso per arrivare il più rapidamente possibile al voto anticipato, limitando, insieme, al massimo i rischi.

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Su Formiche Luigi Brugnaro dice: «Parlo per me e su questo voglio essere molto chiaro: la mia orbita rimane quella del centrodestra. Quella è la mia naturale collocazione. Anzi, mi auguro che tra Berlusconi, Meloni e Salvini torni la serenità, perché quella deve essere l’area culturale che dovrà governare il paese per i prossimi 10 anni. Se mi vorranno, io ci sarò».

In Italia ormai si delineano due schieramenti: uno liberalconservaotore e uno radicalsocialista, entrambi per molti versi moderati dalla forte influenza che il pensiero cristiano ha nella nostra società. Brugnaro, che è una persona concreta e che non ha bisogno della politica per vivere, e dunque partecipa alla vita democratica per spirito di servizio, ha presente questa realtà e si muove al suo interno. Poi ci sono i mille topini nel formaggio che cercano la loro fettina di potere. Ma questo è un altro discorso.

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Sulla Zuppa di Porro Matteo Milanesi scrive: «Ad oggi, sono quasi duecento (175 per l’esattezza) i Comuni lombardi che hanno già imposto divieti per garantire una diminuzione dell’uso dell’acqua potabile. E Milano rientra tra questi. Settimana scorsa, il sindaco Sala ha sottoscritto il provvedimento “Risparmio idrico e limitazioni per l’utilizzo dell’acqua potabile durante il periodo di siccità”. Peccato che, per il capoluogo della regione motore d’Italia, c’è un piccolo disguido: il capoluogo non corre alcun rischio. L’ingegnere Fabio Marelli, direttore dell’acquedotto meneghino, ha infatti specificato come il problema dell’approvvigionamento non riguardi il capoluogo né i 133 comuni della città metropolitana. Anzi, al contrario, “la situazione è sotto controllo. L’acquedotto si rifornisce dalla seconda falda, che è un serbatoio d’acqua molto grande, alimentato dal Ticino, dalle Prealpi e dall’Adda”. In realtà, il direttore spiega come la falda sia più che ottima, trovandosi “al livello più alto che si sia mai verificato dagli anni Settanta ad oggi. I prelievi industriali sono diminuiti e negli ultimi 40 anni la falda si sta riportando alla situazione che c’era tra fine Ottocento e inizi del Novecento. C’è molta acqua, Milano ne ha un surplus perché è nata in mezzo ai fiumi e ai fontanili».

Chissà perché c’è chi ancora considera Beppe Sala un sindaco “capace”.

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Su Huffington Post Italia Fabio Luppino scrive: «Non essendo il Vaticano notoriamente una sezione della Terza internazionale, ma luogo di meditazioni, preghiere e riflessioni profonde, se in nemmeno un anno arriva a dire di non poterne più del modo in cui gestisce Roma il sindaco Gualtieri, il giudizio ha il peso di un siluro politico, una bocciatura al momento non rimediabile».

Finiremo per rimpiangere Virginia Raggi?

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