Draghi imprigionato in un paciugo di veti, appelli e tanta tanta retorica

Presidio a sostegno di Mario Draghi a Torino
Presidio a sostegno di Mario Draghi guidato dal radicale Silvio Viale a Torino, 18 luglio 2022 (foto Ansa)

Su Formiche Gabriele Carrer scrive: «“L’Unione Europea non è a favore dell’indipendenza di Taiwan, ma della riunificazione pacifica”. Una frase che ha alzato un polverone. A pronunciarla è il diplomatico spagnolo Jorge Toledo Albiñana, recentemente nominato nuovo capo della delegazione dell’Unione Europea a Pechino da Josep Borrell, alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza ed ex ministro degli Esteri spagnolo. L’intervista al giornale La Vanguardia è il biglietto da visita con cui Albiñana, ex ambasciatore spagnolo in Giappone, si presenterà il 1° settembre prossimo a Pechino».

Così parla l’uomo dell’uomo (Borrell) che si batte per tenere unita l’Unione Europea contro l’aggressione russa in Ucraina e insieme chiude un occhio sulla possibile aggressione di Pechino a Taipei. Pensare che uno Stato strategico come l’Italia con un “commissario tecnico” possa gestire questo terribile momento internazionale è un’idea che può entusiasmare solo quel prefetto francese che Emmanuel Macron ha mandato a dirigere il Pd.

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Su Open si scrive: «Il presidente russo Vladimir Putin si è detto disponibile a “facilitare l’esportazione di grano ucraino”, purché vengano eliminate tutte le restrizioni finora imposte alle esportazioni alimentari russe, riporta l’agenzia Tass [a]lla fine dell’incontro a Teheran con il presidente iraniano Ebrahim Raisi e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan».

Mentre il nostro “giornalista collettivo” descrive la Nato, di cui Erdogan è sempre più protagonista decisivo, come assolutamente compatta, e Mosca come assolutamente isolata, intanto a Teheran…

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Su Strisciarossa Nadia Urbinati scrive: «Il plebiscito della “maggioranza silenziosa” per Draghi ha un significato davvero unico e può riflettere un percorso verso forme politiche che sono perfino più radicali del tradizionale plebiscito del leader carismatico».

Trovo spesso gli scritti della Urbinati superideologici, privi di un’adeguata analisi della realtà politica concreta, un’eredità di quell’opposizione ai governi di centrodestra basata non sulla lotta politica ma sulla scomunica morale. Però, basta leggere queste poche righe per capire come questa politologa abbia almeno princìpi, sentimenti, parta da riflessioni articolate e razionali che la distinguono dal paciugo retorico-propagandistico che il giornalismo collettivo ci sta regalando per incastrare il povero Mario Draghi al governo di un’Italia che avrebbe sempre più bisogno di soggetti politici legittimati dagli elettori, non di commissari tecnici.

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Su Huffington Post Italia Alessandro De Angelis scrive: «Come in un gioco dell’oca la crisi sembra tornare al punto di partenza, con Mario Draghi auto-imprigionatosi nel gioco dei veti e delle compatibilità. Con Salvini e Berlusconi che, dopo un vertice durato oltre cinque ora a Villa Grande, spediscono una delegazione del centrodestra a Palazzo Chigi dal premier per porre l’indisponibilità più assoluta a un governo con i Cinque stelle: o senza o si vota».

Alla fine De Angelis probabilmente ritiene che la riconferma della premiership di Draghi sia la soluzione preferibile in questa situazione politica, ma lo fa con quel leggero disgusto che distingue l’osservatore intelligente dai retori-propagandisti che ci offre il “giornalismo collettivo”.

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