Dossier – Un museo virtuale per raccogliere dal mondo gli scatti più belli

<<Crediamo che la fotografia sia un potente mezzo di espressione, un modo creativo per dipingere la vita. Crediamo che le persone siano uniche e ci sono così tanti talenti attorno a noi. Sono proprio lì, e spesso nessuno li vede. Crediamo che molte cose accadono in tutto il mondo, sempre. Da qualche parte, in qualche modo. Queste cose accadono, ma spesso non le vede nessuno. Noi vogliamo che questo cambi>>: sono fin troppe le cose meravigliose del mondo che ci perdiamo per non poterle immortalare tutte in uno scatto, afferma senza mezzi termini il manifesto del Photographic Museum of Humanity, il primo museo fotografico online dell’umanità. Tenendo presente che è concretamente impossibile vedere tutto quello che l’universo ci regala, il progetto divenuto realtà di Giuseppe Oliviero – giovane laureato in economia alla Bocconi e fresco di un anno sabbatico in Sud America – che consente di collezionare e condividere liberamente le immagini scattate in tutto il mondo in un’unico sito non è niente male.

L’idea è nata durante una chiamata via Skype tra Oliviero e un suo amico: <<Stavamo discutendo di svariati progetti – racconta il primo – quando abbiamo iniziato a pensare quanto sarebbe stato utile e affascinante creare un museo online accessibile a tutti, tanto in Francia, dove scendi per strada e inciampi in una ventina di musei, quanto in Bolivia, dove inciampare in un museo risulta un’impresa ardua>>. Ma questa volta siamo ben lontani dai basici social networks dominati da fotografie autoreferenziali come Instagram o Pinterest. Questo nuovo museo virtuale ha cinque gallerie, ognuna dedicata al progetto di un fotografo come in un museo tradizionale, funziona come una community dove si può discutere liberamente e lasciare i propri commenti, e ha il suo lato e-commerce, visto che permette di acquistare le fotografie consentendo sia al museo che ai fotografi di guadagnare. Ma attenzione, la selezione per esporre le proprie opere è molto dura e bisogna rispondere ai severi criteri di Ignacio Colò e Alejandro Kirchuk, quest’ultimo vincitore di un World Press Photo del 2012. Perchè, come se già non lo sapessimo, fotografi non ci si improvvisa, ma ci si diventa.

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