La sentenza sul doppio cognome esalta il feticcio della libera scelta

Non ci sarebbe niente di stratosferico in questa storia della sentenza della Corte Costituzionale che stabilisce il doppio cognome paterno-materno ai nuovi nati (e il cognome semplice solo come seconda opzione), se non fosse per le reazioni sovreccitate che plaudono alla sconfitta del patriarcato (Filomena Gallo dell’associazione Luca Coscioni) o alla “decisione storica di parità” (Enrico Letta).

Che il cognome di un neonato faccia riferimento a entrambi i suoi genitori non è certo un attentato contro la famiglia: al contrario, ci ricorda che ciascuno di noi nasce da un uomo e da una donna, realtà oggi messa in discussione dalle biotecnologie, dalle ideologie e dai legislatori e giudici complici delle prime e delle seconde. Ci si può preoccupare per le complicazioni pratiche, soprattutto a livello amministrativo, che un eccessivo successo della nuova prassi potrebbe creare: presto avremo persone con quattro cognomi, o con otto cognomi? Oppure un padre o una madre dovranno decidere quale dei loro rispettivi due cognomi vogliono passare al figlio? In quest’ultimo caso i rapporti parentali e intrafamiliari potranno solo peggiorare: già la scelta del nome dei neonati è talvolta fonte di dissidi e origine di rancori, figuriamoci quando i tira e molla si svolgeranno attorno ai cognomi…

La società patriarcale è morta da un pezzo

Ma il succo della questione sta altrove. Tutta questa eccitazione per l’ennesimo colpo assestato alla morente società patriarcale è ridicolo. La società patriarcale è morta da un pezzo, ha cominciato a morire con la Riforma protestante, poi impetuosamente con la Rivoluzione industriale che ha trasformato i padri in miseri salariati, quindi una nuova tappa coi regimi totalitari che hanno svuotato interamente l’autorità paterna, e infine il Sessantotto: o il padre accetta di essere soltanto “l’amico” dei figli e di riconoscere alla sua compagna la stessa libertà sessuale che si è sempre arrogato per se stesso, oppure è meglio che si tolga di mezzo. Stato e mercato, tecnologia e consumismo, hanno da un pezzo spazzato via, in Occidente, il patriarcato. Di cui – come di tutti i sistemi di autorità defunti – si ricordano soltanto le malefatte: la compressione della libertà della donna, l’autoritarismo in famiglia, i figli trattati come oggetti di proprietà. Non c’è più in giro nemmeno uno straccio di antropologo che spieghi le origini del patriarcato nell’esigenza di proteggere la donna e i suoi figli ai tempi dell’alta mortalità materna e neonatale, della violenza sociale diffusa, delle guerre di razzia: ci volevano soggetti nerboruti e testosteronici per difendere le mamme e i bambini, e questi erano i maschi.

Perdonate se cito quello che ho già scritto due anni fa: «Tutti i valori e gli istituti della società patriarcale, compresi quelli che oggi ci appaiono inaccettabili come la tutela giuridica della donna assegnata in esclusiva all’uomo, il maschio incontrastato capofamiglia e dominatore della vita sociale, il confinamento domestico della donna, erano funzionali alla salvaguardia della madre e della progenie. E avevano una compensazione nell’attribuzione alla donna del ruolo di regina della casa, in una forma di venerazione filiale che non avrebbe mai potuto ammettere cose come l’internamento in una casa di riposo da vecchia, o l’affidamento a una badante».

Il cognome paterno a protezione della maternità

Man mano che la funzione sociale del patriarcato è venuta meno grazie ai progressi della medicina che hanno fatto crollare i tassi mortalità delle partorienti e dello Stato di diritto che permette di proteggere tutti i cittadini, donne e madri comprese, attraverso le agenzie della Pubblica sicurezza, sono diventati insopportabili e anacronistici i tratti, anche solo simbolici, dell’autorità patriarcale. Ma nell’automatismo della trasmissione del cognome paterno non si deve vedere tanto uno strumento che garantiva al maschio di casa la proprietà dei figli, – anche se i sistemi della dote matrimoniale suggeriscono un interesse materiale soggiacente alla questione della trasmissione del cognome – quanto piuttosto il contrario: una garanzia che l’uomo non avrebbe abbandonato la prole familiare, un mezzo per ancorare il maschio alle sue responsabilità. Il cognome paterno, così come l’istituzione del matrimonio, sono stati sempre disposizioni a protezione della maternità della donna: garanzie legali che l’uomo non poteva scaricare interamente sulla donna le conseguenze dei rapporti sessuali.

Se dobbiamo considerarlo come un “retaggio di concezione patriarcale” (dissero già i giudici costituzionali), ricordiamoci almeno che il cognome paterno è anche il retaggio di tutti i millenni che hanno preceduto l’era dei test di paternità tramite Dna, che è cominciata soltanto alla fine degli anni Ottanta. Nelle civiltà che hanno preceduto la nostra epoca superscientifica era decisiva la parola della donna: era lei che dichiarava chi era il padre di suo figlio. Come ha scritto Fabrice Hadjadj, «La patrilinearità poggia sulle donne, non solo sul loro potere biologico, come il matriarcato, ma sul potere della loro parola».

La parità non è il principio della sentenza

Dunque teniamo presente questo: che l’epoca nella quale il cognome paterno non è più assegnato automaticamente e quello materno acquisisce nuovo prestigio, è la stessa nella quale la donna ha perso il potere di attribuire l’onere e l’onore della paternità. Questo potere è passato a un tecnico: l’analista di un laboratorio biologico. Questo fa venire in mente che altri tecnici, stavolta quelli delle liti legali, cioè giudici e avvocati, interverranno quando i coniugi (o i partner) non riusciranno a mettersi d’accordo sull’ordine dei due cognomi o sul singolo cognome da imporre al figlio. I tecnici sono entrati e sempre più entreranno nella vita familiare: che si tratti del concepimento (fecondazione assistita), del riconoscimento sia della paternità che della maternità (oggi non è più vero che “mater semper certa est”, c’è la questione delle “maternità surrogate”), dell’assegnazione del cognome, delle crisi familiari (psicologi, psicoterapeuti, avvocati e giudici delle cause di divorzio, ecc.) e di altro ancora.

Per quanto poi riguarda la parità fra uomo e donna che la sentenza della Consulta affermerebbe, è facile ribattere che in realtà non è questo il principio esaltato dalla sentenza, ma piuttosto quello della libertà di scelta. La parità non esiste, perché il cognome materno che la madre trasmetterebbe è di fatto un cognome maschile, quello di suo padre. Trasmesso altre quaranta volte attraverso quaranta generazioni di femmine o di maschi, resterà sempre il cognome di suo padre, cioè di un uomo. I matronimici saranno dei patronimici. E nel caso del doppio cognome, resta sempre il problema del numero uno e del numero due: la parità è impossibile, un cognome sarà scritto per primo e l’altro per secondo, e ciò simboleggerà il predominio della linea materna su quella paterna o viceversa, non la parità.

Il feticcio della libera scelta

La sentenza della Corte costituzionale esalta in realtà il feticcio dei nostri tempi: la libera scelta. D’ora in poi il cognome, o l’ordine dei due cognomi, sarà il risultato di una scelta e non di un automatismo storico, e se i genitori non riusciranno a trovare un accordo a scegliere sarà il giudice. Scelta comunque sarà. La decisione della Corte costituzionale riflette l’egemonia culturale individualista e prometeica del nostro tempo: l’uomo figlio di se stesso, prodotto di se stesso. L’ideale sarebbe poter scegliere la propria nascita e la propria identità. Nella realtà, non scegliamo noi i nostri genitori, il nostro corredo genetico, il nostro sesso, i nostri nome e cognome, la lingua in cui parliamo, il luogo in cui cresciamo. Le cose decisive che sono all’origine della nostra identità non le scegliamo noi. Contro questa impossibilità si scagliano, simbolicamente, sentenze come questa che introduce la libertà di scelta del cognome da parte dei genitori. Il logico sviluppo di questo orientamento giuridico è una più ampia liberalizzazione della possibilità di cambiare il proprio nome e il proprio cognome, in qualsiasi momento della propria vita e per qualunque motivazione: le rivendicazioni dei transessuali che esigono di avere sui documenti i nomi che vogliono, a prescindere da un’effettiva transizione sessuale, vanno in questa direzione.

Beninteso: non ho nulla contro chi ha cambiato il suo nome o il suo cognome, ma certo sarebbe più bello se non avvenisse come risultato di una palingenesi autoprodotta, ma come il risultato di una vocazione, di una chiamata dall’alto. Come Simone che diventa Pietro perché così vuole Gesù, o come Abramo, che prima è Abram e poi dopo la chiamata diventa Abraham. Sentirsi chiamati da un’altra voce è molto più affascinante che ascoltare solo se stessi, il suono solitario della propria voce.

Foto Ansa

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