Se il prete gay-friendly discrimina chi non è omosessuale

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La cronaca di Palermo di Repubblica ha dato grande risalto alla notizia: padre Cosimo Scordato, parroco a San Saverio dell’Albergheria, nel corso della Messa domenicale ha presentato alla comunità una coppia di donne che di lì a pochi giorni avrebbe contratto unione civile davanti al sindaco Leoluca Orlando, e ha pubblicamente espresso il proprio rammarico per non poter benedire i loro anelli come si fa con gli sposi. Le due signore non sono praticanti abituali, ma alla vigilia dell’unione civile hanno sentito improvvisamente l’impellente bisogno di una benedizione divina sul loro connubio.

Padre Scordato ha raccontato la vicenda così: «Qualche giorno fa sono venute da me per chiedermi di benedire gli anelli. La Chiesa non ammette questo sacramento per le coppie omosessuali ma le ho invitate comunque a venire a Messa per presentarle alla Comunità, perché la Chiesa deve accogliere tutti. Il mio auspicio è che un giorno la Chiesa accetti di benedire anche queste relazioni omosessuali. Le cose si cambiano poco a poco, un passo per volta».

Che dire? Beh, prima di tutto che questo padre Cosimo sarà anche docente della Facoltà di Teologia di Palermo, ma fa una bella confusione fra sacramento del matrimonio e benedizione degli anelli che simboleggiano l’unione, che sono due cose diverse. Anche molti cattolici non lo sanno o erano distratti quando la questione veniva spiegata nel corso degli incontri di preparazione al matrimonio, ma sacramento del matrimonio e benedizione degli anelli nuziali sono due cose ben diverse. Non è il prete che celebra il matrimonio, ma i due sposi: sono loro i ministri del sacramento. Il sacerdote è uno dei testimoni della celebrazione, ed è quello che ha il potere di pronunciare la benedizione della Chiesa sull’unione, simbolizzata dagli anelli.

Un’altra cosa che il docente della Facoltà di Teologia di Palermo non ha ben chiara, è che la Chiesa non riconosce valore sacramentale a un’unione omosessuale e non la benedice (ricordiamoci sempre che sono due cose distinte) non perché vuole discriminare le persone in base alle loro preferenze sessuali, ma per il semplice fatto che quell’unione è intrinsecamente infeconda. Il sacramento del matrimonio è centrato sul fatto che il connubio fra uomo e donna è l’unico capace di trasmettere la vita. Anche quando i figli non vengono, quell’unione è strutturalmente aperta alla vita, ed è l’unico rapporto pienamente umano (non piegato a logiche tecniche) entro il quale può avvenire la generazione.

Potrei però anche pensare che Repubblica abbia citato in modo approssimativo e virgolettato in modo abusivo il pensiero di padre Cosimo, e questa non sarebbe un’ipotesi peregrina, considerati i precedenti della testata, una di quelle abituate a confondere l’Immacolata Concezione col concepimento verginale di Gesù nel grembo di Maria, anche per la penna del suo direttore eterno Eugenio Scalfari. Forse il parroco docente di teologia fa parte più semplicemente di quel gruppo di uomini di Chiesa che pensano che un’unione omosessuale non potrà mai essere un sacramento come l’unione fra uomo e donna, ma merita tuttavia una benedizione perché le due persone sono impegnate a farsi del bene: si aiutano, si assistono, si soccorrono, si fanno carico l’una dell’altra. In una parola: si amano. E la Chiesa non deve mai essere insensibile all’amore, come non lo è nessun essere umano (tranne, dicono alcuni, certi fondamentalisti cattolici).

Il problema di questa posizione è la sua natura discriminatoria. Nel mentre che afferma di voler cancellare una discriminazione, quella contro l’amore fra persone dello stesso sesso, in realtà ne istituisce una molto pesante nei confronti di tutti coloro che omosessuali non sono. L’amore oblativo, infatti, non è una realtà confinata alle coppie omosessuali che chiedono il riconoscimento pubblico legale della loro unione, ed eventualmente una bella benedizione in chiesa. C’è l’amore della madre e del padre per i loro figli, l’amore del bambino per la mamma, l’amore fraterno, quello fra amici, quello della maestra nei confronti degli allievi, dell’educatore nei confronti dei ragazzi e delle ragazze in condizioni di disagio sociale e/o esistenziale. Ci sono donne che assistono con sacrificio per anni una madre, un padre, una sorella malati; genitori che fanno di tutto per un figlio in difficoltà; persone capaci di prestare grosse somme di denaro senza interessi a un amico per la forza dell’amicizia; educatrici che fanno 300 chilometri in treno a loro spese per visitare in carcere una loro assistita finita dietro le sbarre per rapina e violenza.

Un amico del mio nonno paterno rischiò la vita per disseppellirlo dalla trincea che gli era franata addosso a causa di un bombardamento durante la Prima Guerra mondiale. Senza quell’atto coraggioso di amicizia accaduto tanti anni fa io non sarei nemmeno nato. Avendo frequentato un seminario maggiore, padre Cosimo saprà sicuramente che le parole amico ed amicizia vengono dal latino amicus e amicitia, entrambe le quali rimandano al verbo amare. L’amicizia è amore, non ci sono dubbi.

Allora la mia domanda è: perché l’amore delle due signore prossime ad accasarsi in una unione civile avrebbero secondo lui diritto a una benedizione solenne come quella che si riserva agli sposi, e invece tutte le altre forme di amore no? Per quale ragione sostanziale l’amore di quelle due donne dovrebbe essere più meritevole di benedizione pubblica durante la Messa di quello di due amici pronti a rischiare la vita l’uno per l’altro, o di una figlia che assiste premurosamente i genitori malati se necessario per anni, o di un padre che sacrifica le sue tentazioni narcisistiche alla crescita e alla solidità umana e affettiva dei suoi figli?

Sembrerebbe allora che due omosessuali abbiano diritto a una benedizione privilegiata per il fatto che il loro amore comprende anche contenuti erotici, che quell’amore è fatto anche di passione fisica coi relativi contatti fra le parti sessuali dei loro corpi. Io e il mio amico fedele di una vita non possiamo essere benedetti da padre Cosimo e applauditi dai suoi parrocchiani, perché non abbiamo intenzione di andare a letto insieme. Se invece decidessimo di farlo, padre Cosimo ci benedirebbe, Repubblica ci pubblicherebbe un articolo e Rai Due ci inserirebbe nel documentario che sta preparando sull’argomento.

Beh, è evidente che una spiegazione logica e razionale al privilegio che il parroco palermitano vorrebbe concedere ad alcuni a scapito di altri non c’è. Io sospetto che le motivazioni siano altre. Il problema è che oggi nella Chiesa comincia ad esserci un po’ troppa gente che ama essere alla moda, che vuole piacere al mondo, che vuole sentirsi accettata dalla cultura dominante, che vuole conformarsi alla mentalità corrente. È la tentazione della mondanità della Chiesa, che papa Francesco tante volte ha deplorato. Ed è una tentazione prettamente clericale.

In un passato non tanto lontano ricevere gli ordini sacri voleva significare anche entrare a far parte di una élite sociale, essere rispettati come dei maggiorenti, avere un ruolo di prestigio nella comunità cittadina. Con la secolarizzazione della vita civile il clero ha perso questo prestigio, e qualcuno non riesce a sopportare la perdita. A qualcuno non basta più essere ministro di Dio, sacerdote della Santa Chiesa, celebrante che ha potere di trasmutare il pane e il vino nel corpo di Cristo. Rivuole il prestigio di prima, e poiché il mondo non vuol venire sulle posizioni della Chiesa, allora vede come unica soluzione che la Chiesa si identifichi con le posizioni del mondo. Ma vendere l’anima per un po’ di potere terreno non è mai stato un buon affare.

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