Dna sintetico. Ora l’alfabeto della vita ha due nuove lettere. Ma nessuno sa ancora leggerle

A cinquant’anni dalla scoperta della struttura del Dna, gli scienziati cercano di complicare la vita agli studenti di biologia aggiungendo due lettere al suo alfabeto.

Il Dna è da considerare infatti come un immenso libro di istruzioni. La lingua ha solo quattro lettere, le “basi azotate” (A, T, C, G), rilegate su un’ossatura di zuccheri. Le stesse si trovano, immutate, in tutti gli esseri viventi sulla faccia della Terra, e vengono lette ed interpretate per produrre le proteine e, da quelle, tutto il resto. Noi uomini ci arrabattiamo nella nostra babele di lingue, mentre queste basi vengono scritte (e lette) allo stesso modo da ogni singola cellula del nostro corpo, e dalle piante, e dai batteri.

Quando si parla di biotecnologie però solo quattro lettere, col loro numero finito di combinazioni, possono non essere più sufficienti. Così, tra migliaia di coppie possibili, due basi azotate estranee al Dna vivente, chiamate “d5SICS” e “dNaM”, hanno superato la prova più difficile: un po’ come una mano impiantata ad un amputato, dovevano essere cucite sul genoma del batterio e non essere riconosciute come estranee dai sistemi di protezione della cellula, il che avrebbe causato l’eliminazione delle stesse durante la riproduzione.

Queste nuove basi azotate per ora sono solo lettere senza suono. La cellula non sa che farsene, né come leggerle. Non le sa neanche scrivere, ma le può solo incollare quando fornite dall’uomo. Passo passo si arriverà anche a questo, ma per ora le applicazioni pensate sono mirabolanti, dalla cura del cancro alle applicazioni industriali. Più lettere, più parole. Più parole, più opportunità.

Creare artificialmente nuove parole è uno strumento potentissimo. Alcuni diranno “pericolosissimo” e disprezzeranno lo scienziato “che si crede Dio”. Ma la scienza e le invenzioni sono sempre e solo uno strumento: come un coltello affilato, si può uccidere con un solo fendente, ma si può anche tagliare il pane per darlo ai propri figli. Spetta a noi usarlo con coscienza.

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