Dite a Fassino che tanti ambienti Usa hanno più dubbi su Letta che sulla Meloni

Giorgia Meloni e Enrico Letta
Giorgia Meloni e Enrico Letta (foto Ansa)

Su Huffington Post Italia Piero Fassino scrive: «Se dovesse vedere la prevalenza della destra populista e nazionalista, condannerebbe l’Italia all’isolamento internazionale e alla marginalità in Europa, proprio nel momento in cui l’Unione Europea è chiamata a decidere misure finanziarie – patto di stabilità, misure antispread – di particolare rilievo per l’Italia. Questi, e ancora altri, sono gli effetti devastanti di una crisi provocata in modo irresponsabile. Per questo il voto del 25 settembre assume un’importanza enorme e dai suoi risultati dipenderà il destino dell’Italia per un periodo non breve».

Ma come può venire in mente a un politico di così vasta esperienza di sostenere che una vittoria del centrodestra significherebbe l’isolamento politico dell’Italia? Non si rende conto che disprezzare il voto popolare, non impegnarsi a difenderlo anche di fronte a illecite pressioni internazionali, ha un suono da vecchia Unione Sovietica, più che da allarme democratico-atlantista-europeista? La verità è che anche nel Pci Fassino è sempre stato solo un sergente maggiore, efficace quando doveva eseguire degli ordini, ma incapace di pensiero politico autonomo. Insomma, una sorta di Maria Stella Gelmini.

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Su Dagospia si scrive: «Non c’è solo l’atlantismo di Fratelli d’Italia e le scelte fatte a favore di Kiev a tranquillizzare Washington che apprezza i progressi della “Ducetta” e dello stato maggiore del suo partito nel dotarsi di una caratura internazionale a cominciare da una migliore conoscenza della lingua. Da circa un anno e mezzo la Meloni e il suo inner circle vanno a “scuola” di inglese da una professoressa, molto vicina ad ambienti conservatori della difesa americana, che ha accompagnato la “Ducetta” anche nel suo recente viaggio negli Usa».

Con buona pace dei vari Fassino in circolazione la questione della collocazione internazionale dell’Italia è più complessa di quella che viene strumentalizza in campagna elettorale. In tanti ambienti americani si ha più dubbi sul prefetto francese Enrico Letta che su Giorgia Meloni. D’altra parte in diversi circoli bavaresi ma anche parigini si spera che un centrodestra con Antonio Tajani ministro degli Esteri possa rafforzare l’Unione Europea. Ragionare sulla realtà è meno comodo che affidarsi alla retorica e alla propaganda, ma aiuta a farsi un’idea seria della realtà.

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Su Strisciarossa Alfiero Grandi scrive: «Con Draghi c’è stato un ulteriore salto di qualità. Non solo gli strumenti impositivi verso il Parlamento sono diventati regola, ma è stata introdotta la novità delle Camere a mezzo servizio. I decreti legge del governo sono stati infatti esaminati a turno dalla Camera o dal Senato. All’altra Camera è restata solo la possibilità di confermare quanto deciso da chi aveva esaminato il provvedimento per primo. Eppure la Costituzione è chiara. Un provvedimento per diventare legge deve essere approvato nello stesso testo dai due rami del Parlamento, con regole precise, mentre durante il governo Draghi una camera, a turno, poteva solo ratificare il lavoro dell’altra. Le Camere e i loro organi rappresentativi potevano ribellarsi ma non lo hanno fatto, rinunciando a difendere le loro prerogative. Un precedente da non sottovalutare. È evidente che questo comportamento è un giudizio politico ed istituzionale sul ruolo del Parlamento (e sui suoi componenti) al di là delle schermaglie tattiche. Gli omaggi al Parlamento erano quindi pura forma. Questa in pratica è una modifica della Costituzione in nome della governabilità (presunta) e della velocità. Perdere tempo a discutere e a confrontarsi è sembrato un sovrappiù per chi ritiene di incarnare la verità delle scelte da compiere, infastidito per le perdite di tempo, o almeno considerate tali».

Grandi sostiene spesso posizioni radicali che non condivido, ma le sue tesi si fondano, come nel brano che riportiamo, su analisi razionali che poco hanno a che vedere con la retorica propagandistica prevalente nel Pd e nell’imperante giornalismo collettivo.

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Su Firstonline Franco Locatelli scrive: «È la proposta che, in considerazione dei vincoli del Rosatellum, ha lanciato nei giorni scorsi l’ex leader repubblicano Giorgio La Malfa secondo cui, per evitare una vittoria elettorale della destra che farebbe pagare un prezzo enorme all’Italia, sarebbe quanto mai opportuno che “dal centro al Pd si costituisca un vasto raggruppamento che consenta al paese di evitare questa fine: nel proporzionale si può essere divisi ma la sfida (del centrosinistra, ndr) va portata nei collegi uninominali”. Una proposta intelligente (divisi nel proporzionale ma uniti nei collegi uninominali) che sul Messaggero di ieri ha prontamente rilanciato anche l’ex premier Romano Prodi, auspicando tra tutte le forze riformatrici “un programma comune sui grandi problemi di politica estera e di impegno europeo”».

Il povero Giorgio La Malfa senza più la Grande Mediobanca che dialogava con suo padre e poi lo influenzava direttamente, è un’anima persa in un fronte repubblicano che con Carlo Calenda ha come ispiratore Luca Cordero di Montezemolo invece che Enrico Cuccia. Quanto a quel pasticcione affarista di Prodi, le diffidenze atlantiste per i suoi rapporti con Pechino sono molti superiori a quelle che si esprimono verso la Meloni.

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