Diossine e Pcb. Gli stessi veleni di Napoli e della Campania si “bevono” alla grande anche al Nord

La Campania mi ha accolta con tutta la sua bellezza e confusione, proprio quando tutti i mezzi di comunicazione gareggiavano a parlarne peggio. Libri, trasmissioni televisive di denuncia verso la “terra dei fuochi”, titoloni sui giornali, per culminare con un “Bevi Napoli e poi muori”.

Parlandone con alcune persone del posto, queste si infervoravano nel difendere il buon nome del loro territorio, inveendo contro la camorra napoletana, gli industriali del Nord che hanno mandato i rifiuti, lo Stato corrotto e i mass media (che arrivano tardi e quando arrivano la fanno più grossa di quello che è). «Non mi importa della diossina e del Pcb, noi abbiamo gli anticorpi ormai, fanno male solo agli altri», ha concluso uno, e gli altri tutti lì ad annuire.

Brivido e accapponamento di pelle. Per lo sprezzo verso gli altri da una parte, e per l’ingenuità sia scientifica che storica dall’altra.

Prendiamo le diossine. Si chiamano così perché la struttura base ha due atomi di ossigeno nell’anello centrale, e costituiscono una famiglia così variegata che alcune possono essere usate come antimicotici. Ironia della sorte, sono tossiche anche per i patogeni, a volte. Hanno il dannatissimo vizio di essere molecole lipofile, il che vuol dire che si sciolgono nel grasso, per esempio in quello corporeo. Si accumulano così nella catena alimentare e giorno dopo giorno anche nel nostro organismo, dando patologie croniche dopo anni di assunzione continuata. Non esistono anticorpi che tengano, anzi: anche il sistema immunitario è danneggiato da alcune di queste molecole. Come si formano? La catena delle reazioni è complicata, e richiede la copresenza di diversi elementi che, guarda caso, abbondano nei rifiuti urbani. È inoltre favorita dalle basse temperature, per cui si formano nel caso si dia fuoco alla spazzatura per strada, per i campi, o in inceneritori non a norma.

Per i Pcb la storia è diversa: sono molecole stabili, ottimi conduttori chimici ed elettrici. Per questo motivo sono stati prodotti per anni a livello industriale, fino a quando, negli anni ’70-’80, se ne riconobbero gli effetti tossici e la persistenza nell’ambiente. Non si formano naturalmente, ma dovunque ci siano stati stabilimenti industriali e dove siano stati smaltiti (legalmente o illegalmente) i rifiuti che li contenevano, l’inquinamento c’è e ci sarà, per molte generazioni. Anche questi liposolubili, tossici, cancerogeni, mutageni. Inanticorpabili.

Diossine e Pcb, un problema di Napoli e della Campania, dunque? Tutta colpa delle ecomafie? Quel che posso dire è che, se veramente esistessero degli anticorpi per queste sostanze, gli abitanti del Nord ce li avrebbero già, e forse più abbondanti!

Il Tccd, per esempio, è considerato “la diossina” per antonomasia, ed è utilizzato come riferimento di valutazione della cancerogenicità. In buona parte del mondo, la chiamano semplicemente “Tossina di Seveso”. Era il 1976, una fabbrica esplose, una reazione particolare produsse diossina in abbondanza, e la nube tossica si fece strada nella Bassa Brianza, contaminando e uccidendo tutto quello che incontrava. E la tossina di Seveso è ancora lì, sepolta nel terreno, dopo un lavoro di decontaminazione dell’area senza precedenti.

Per il Pcb, i casi di inquinamento più gravi al mondo sono due, uno negli Stati Uniti e l’altro a Brescia. L’azienda Caffaro li ha prodotti per decenni praticamente in centro città e continuano ad essere riversati nell’ambiente. In questo caso, dopo trent’anni dalla chiusura della fabbrica, ancora si litiga per i fondi per le bonifiche e, con il “caso Ilva” di Taranto, la coperta è diventata sempre più corta.

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