Dimmi cosa mangi (e se ti pagano per mangiarlo)

Egg restaurant Omelegg in Amsterdam

La notizia è di quelle pesanti: l’Antitrust ha preso di mira i cosiddetti influencer web, ossia quelle persone che sui social network, Facebook o Instagram, appaiono promozionando, in maniera apparentemente innocente e disinteressata, prodotti vari. Soprattutto di moda. L’Autorità, per sollecitare la massima trasparenza e chiarezza sull’eventuale contenuto pubblicitario dei post pubblicati da queste persone, con la collaborazione del Nucleo speciale Antitrust della Guardia di Finanza, ha inviato lettere di moral suasion ad alcuni dei principali influencer e alle società titolari di marchi visualizzati senza l’indicazione evidente della natura squisitamente pubblicitaria della comunicazione offerta.

Il problema esiste: quanto c’è di genuino nei “consigli per gli acquisti”? La faccenda è particolarmente spinosa nel campo della moda e dell’indotto che le gravita attorno, ma quello di borse, scarpe e vestiti non è l’unico campo in cui tutto questo avviene. Un fenomeno simile avviene anche nel mondo dei divulgatori gastronomici. Da anni, varie aziende hanno individuato il mondo dei foodblogger come una miniera d’oro. Non si contano gli invii di prodotti gratuiti onde raccogliere, più o meno sollecitate, promozioni di qualche tipo. Una ricetta, per esempio, può contenere la menzione di un prodotto specifico, con cui il foodblogger consiglia di realizzarla. In certi casi, si tratta di vere e proprie recensioni pilotate.

In questi casi, conta la trasparenza. Un foodblogger serio scriverà sempre se certi suoi post sono in qualche modo sponsorizzati o comunque propiziati da un rapporto con aziende che tradisce la semplice informazione per farsi, a tutti gli effetti, comunicazione in piena regola. Diversamente, si tratta di marchette furbesche, di un abuso dell’autorevolezza che il foodblogger ha conquistato sul campo. Perché nasconderlo?

C’è da augurarsi che il provvedimento dell’Antitrust faccia riflettere molte persone.

Foto Ansa

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