Dietro un grande uomo c’è sempre un grande passato. Rick Hoyt e le sue eroiche maratone in carrozzella con papà

«Or va, ch’un sol volere è d’ambedue» (Inferno, canto II)

Nel vedere una certa pubblicità, continuo a rimuginare. È quella di una nota società fornitrice di energia che ci invita a guardare avanti: l’Italia ha avuto un grande passato, ma adesso è tempo di costruire qualcosa di nuovo. E per questo – dice una voce suadente e suggestiva – non serve la nostalgia, ma l’energia. Capisco il messaggio e, in un certo senso, è vero e giusto: non bisogna crogiolarsi o stare seduti sugli allori, ma darsi una mossa.

Però non riesco a fare a meno di constatare che nel sottofondo c’è uno stereotipo fin troppo diffuso, in base a cui il passato è qualcosa di stantio, il presente è sfuggente e il futuro è quell’utopica Mecca in cui tutto sarà migliore. E questa è una visione fragile, che non sostiene alcun tipo di vera energia, ma semmai sovraccarica la nostra frenesia.

Attorno a noi, tutto è già proteso in avanti, anzi tutto è sempre e solo proteso in avanti; la velocità la fa da padrona: comunicazioni in tempo reale, l’alta velocità dei treni, i cibi pronti all’uso, le pasticche per la lavastoviglie che non si devono neppure scartare. Tutta questa velocità è forse energia? O è solo fretta?

Non ho una formazione scientifica, ma ricordo il principio della termodinamica in cui si afferma che l’energia non si crea né si distrugge, ma si trasforma. E mi pare che in ciò sia simbolicamente contenuto l’abisso che separa la nostalgia dalla memoria. La nostalgia è senz’altro un sentimento che guarda indietro (e non è poi detto che sia solo negativo), la memoria invece ci proietta a vivere il nostro tempo con la fruttuosa energia del passato: atleticamente parlando, è il miglior blocco di partenza che abbiamo.

Quando guardo la cappella Sistina non sto rimpiangendo il Rinascimento, ma faccio mente locale sul destino e sul compito universale dell’uomo. Faccio memoria. E si può anche dire che la memoria è l’energia più rinnovabile che esiste, perché rinnova e ripulisce la nostra vista su quel che davvero ci tiene in piedi, verso il cammino che ci aspetta.

Penso a Dante. Anche lui nella selva si trovò un po’ bloccato e guardare semplicemente avanti non gli servì a molto. Un incentivo efficace e risolutivo gli venne dal passato, dalla voce decisa e incoraggiante di Virgilio.
Penso anche a Rick Hoyt, di cui di recente ho letto la storia: nato nel 1962 a Holland nel Massachusetts, è stato colpito da paralisi cerebrale perché il cordone ombelicale gli si è avvolto attorno al collo procurandogli una protratta asfissia. A dispetto dalle iniziali previsione mediche, Rick non è allo stato vegetativo; l’impegno affezionato della sua famiglia gli ha permesso di condurre una vita piena, si è anche laureato. Ha dimostrato una chiara propensione per lo sport, dicendo a suo padre dopo una corsa fatta assieme: «Papà quando corriamo insieme non mi sento più un disabile». E suo papà ha dato vita al Team Hoyt: insieme, padre e figlio, fanno maratone e gare di triathlon. Se si tratta del nuoto, il padre Dick trascina il figlio adagiato in un canotto, se si tratta di ciclismo lo trasporta su una bicicletta con una apposita seduta anteriore, e lo spinge su una sedia a rotelle sportiva nelle gare di corsa.

L’energia dei nostri padri… vogliamo davvero lasciarcela alle spalle?

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