Di questo passo dove andremo a finire?

Di fronte all’incertezza di una campagna elettorale condotta dai migliori barzellettieri d’Italia, alla macelleria etica dei diritti confusionari, alle convulsioni di una economia arrivata al dunque, come sempre, si leva forte l’eterna domanda costitutiva del benpensante d’ogni religione: “Dove andremo a finire, di questo passo?”

È un quesito che i bravuomini si pongono da sempre, da molto prima di quando videro per la prima volta i pantaloni a zampa di elefante. Per difendersi dall’angoscia di un futuro tetro, allora, i benpensanti ricorrono alle armi a loro più congeniali, dalla nobile invettiva morale al lancio di aerei dentro i grattacieli di New York.

Al contrario i cristiani d’ogni religione la prendono più allegra, loro, che sono passati tra i leoni del Colosseo e i kapò dei gulag asiatici, sanno, più o meno, dove andremo a finire e non se ne danno pena. Essi considerano che la strada da qui all’aldilà sia solo una processione di occasioni per riconoscere e costruire il bene.

Non importa dove andremo a finire, conta quello che iniziamo ora. Per quanto una minigonna o un’impennata dello spread possano far presagire un domani di abiezione morale o di povertà, sempre ci sarà un punto, per quanto piccolo, di bene cui guardare e su cui costruire.

È per questo motivo che i cristiani di ogni religione non ne fanno mai una questione di battaglia ma solo di amore.

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