Di cosa parlano le canzoni di Sanremo? Di sesso (quello palloso)

Tratto da Italia Oggi(…) Analizzando i 36 testi delle canzoni, quali valori vi prevalgono? Di certo quasi mancano riferimenti ai problemi sociali e politici, sono pochi e sempre negativi: “La vera Italia è quella del bar; non c’è governo che tenga”. Anche il tema ecologico, un tempo così presente, è scarso: “Questa città che non serve a niente”. E la religione? Chi l’ha vista? L’unico che ne parla è il figlio d’arte Christiano De André, con tonalità di ateismo nietzschiano: “Il cielo è vuoto, è Dio che si dimentica il suo lavoro”.

V’è un tema prevalente e quasi ossessivo: i valori, quelli religiosi e quelli sociali, sono morti, viviamo nella solitudine e nella incertezza, i soldi sono pochi, la casa un sogno, il lavoro precario (“Ballano sulle rovine”; “Prima di andare via, sorridimi un po’ ”). Che fare? resta solo l’amore, anzi, a ben guardare, il sesso. Ecco il dominatore del festival. Raramente con tonalità esaltanti: “L’amore vive a un isolato da te”; “Siamo soli noi due, m’innamorerò di te”; “Tu irrompi e mi baci, è l’amore a possedere il bene”; “Il mio cuore è quello di un guerriero nel tuo sorriso”.

Prevale un sesso stanco e spompato. Ciò che più viene esaltato non è l’amore coniugale dei primi festival, ovviamente, né quello passionale che sconvolgeva gli ultimi. È un amore-sesso come tranquillante che conforta, come momento di sospensione del grigiore quotidiano: “Io sono qui per ascoltare un sogno”; “Voglio un’alba di pace e di sogni”; “La messa è già finita, tu ti sei rivestita”.

Il festival, in genere, non canta l’amore che dura, ma quello che casualmente esplode dentro la precarietà e la solitudine dell’oggi. Un amore rapido, mutevole: “Il nostro è un tempo fragile, si spacca l’amore e il cielo su di noi”. È la mistica della provvisorietà: “Tu ed io in questa camera d’albergo, stiamo solo vivendo adesso, stiamo solo facendo sesso”. È lo stoicismo della disoccupazione giovanile: “E non importa se il posto non è più fisso, non è più lo stesso”.

L’amore è simile alla bicicletta, bisogna pedalare, anche senza sapere verso dove. Il viandante è diventato un errante: “L’impegno di coppia per un singolo momento: l’uomo è come una bicicletta, vai, anche se non sai perché”. L’amore offre qualche scampolo di sogni, ma viene acceso sapendo che si spegnerà presto: “Un cuore giovane come la prima volta, per una volta ancora”; “Solo un’altra canzone, poi cancellerò il tuo nome”; “Poi tutto evapora e restan le cose, polverose, poderose”. Anche la fine non produrrà odio, gli amanti si sono lasciati, ma restano amici: “Ti porto a cena con me, il tuo passato non è invitato”.

Si è parlato di festival del sentimento, ma non è così. Nei testi non abbonda il sentimento, ma la sua perdita e la sua nostalgia: “Ho visto il frantumarsi d’ogni cosa, cerco lo sguardo sognante di un bambino”. I testi delle canzoni svolgono un discorso soprattutto antropologico e interpersonale (la parola più usata è “vita”). E riflettono assai bene la società che ha visto morire prima Dio, poi Marx: una società “buonista” del “riflusso”, nel senso che ha perduto la forza della contestazione, ma anche la speranza nel domani.

Una società che si è adagiata in un narcisismo della quotidianità, tipico di chi, non sapendo più vivere, cerca almeno di sopravvivere. Anche con l’orecchio attaccato a quelle canzoni che, più delle prediche dei preti o dei fervorini del politici, disvelano la precarietà e insieme la nostalgia di una esistenza, che ha dimenticato il passato e non ha alcun cannocchiale per il futuro, ma solo un tablet per il presente: “Anche se sto bene come sto, malinconico, un po’ comico”.

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