Dalai Lama. Se anziché la Cina avessero interferito gli Usa, cosa sarebbe successo?

Immaginate se il Consiglio comunale di Milano decidesse ci conferire la cittadinanza onoraria a uno di quei condannati a morte che aspettano per anni l’esecuzione capitale nelle carceri americane. Uno di quei condannati ai quali non sono stati garantiti tutti i diritti di difesa, uno la cui colpevolezza non è certa ma nemmeno l’innocenza lo è, uno che magari qualche reato l’ha compiuto ma giura di non aver ammazzato nessuno, e comunque noi milanesi siamo contro la pena di morte per un fatto di civiltà.

E adesso immaginate che il console degli Stati Uniti a Milano minacci di boicottare l’Expo 2015 per rappresaglia, che eserciti pressioni sul Consiglio comunale, eccetera. Cosa succederebbe? Beh, intanto sindaco, assessori e consiglio comunale non farebbero un passo indietro, anzi rilascerebbero qualche dichiarazione grondante fermezza e coraggio civile. Poi i Centri sociali, le organizzazioni giovanili dei partiti di sinistra, il movimento per la pace, ecc. organizzerebbero sit-in davanti al consolato con bandiere arcobaleno e canzoni di protesta. Fiaccolate perfuse di note struggenti attraverserebbero la città. Comuni e province della Lombardia e probabilmente di tutta Italia farebbero a gara a riconoscere anche loro la cittadinanza onoraria al condannato. Si parlerebbe di “odioso ricatto” e di “barbarie politica”.

Ma una cosa del genere non è, per ora, successa. È successo invece che il Consiglio comunale di Milano con un documento firmato dai capigruppo di tutti i partiti abbia gettato le basi per la cittadinanza onoraria al Dalai Lama, autorità politico-religiosa rigorosamente non violenta di un paese, il Tibet, spazzato via dalla carta geografica 61 anni fa dalla Cina con la forza. È successo che il console cinese abbia fatto pressione su sindaco e Consiglio comunale contro il riconoscimento (e pare che pure il ministero degli Esteri si sia espresso contro, ma attendiamo notizie precise). È successo che il sindaco e quasi tutta la maggioranza consiliare che lo sostiene abbiano deciso di rinunciare all’atto. Per non «creare inimicizia». Altro che sussulto di dignità democratica, altro che proteste per strada, altro che reazione all’odioso ricatto: Pisapia si è sottomesso al dragone cinese, e con lui la maggior parte dei suoi consiglieri.

Il motivo asserito di tanta cedevolezza è che Milano e l’Italia non possono in questo momento creare una crisi con un grande partner economico come la Cina, da trattare con riguardo anche se gli difettano la tolleranza e lo spirito liberale e democratico. Una motivazione del genere non verrebbe mai addotta per una questione riguardante gli Stati Uniti, paese col quale abbiamo un attivo di bilancia commerciale (quello che esportiamo è più di quello che importiamo). Invece la si tira fuori con la Cina, paese col quale la nostra bilancia commerciale è in passivo: importiamo prodotti e servizi per 29 miliardi di euro, ne esportiamo per 10. In caso di sanzioni commerciali, a perderci sarebbe la Cina, non l’Italia. L’idea poi che la Cina sia una grande potenza permalosa disposta a mandare a monte gli affari per questioni di principio è, almeno dopo la fine del maoismo, del tutto campata per aria: i cinesi inseguono sempre e comunque il profitto, se l’Italia fosse un mercato attraente Pechino investirebbe di più, senza badare al trattamento riservato dai Consigli comunali italiani al Dalai Lama. Città come Roma, Torino, Bologna, Venezia, Palermo e persino la piccola Assago (che confina col comune di Milano) hanno concesso la cittadinanza onoraria al Dalai Lama senza che i loro imprenditori venissero espulsi dal suolo cinese o contratti italo-cinesi disdetti.

Ma allora, mi chiederete, perché i cinesi fanno queste sceneggiate? E che diamine, ma per mettere alla prova i loro interlocutori! Per vedere chi ha i coglioni e chi no. Per capire fin dove possono spingersi nelle trattative. E anche per cercare di fare carriera: certamente la console cinese che ha fatto cambiare idea a Pisapia farà più carriera nei ranghi della diplomazia dei consoli che nelle altre grandi città italiane non sono riusciti ad averla vinta. Ma state certi che nei confronti del sindaco milanese il suo sentimento principale – che manterrà rigorosamente riservato dietro un imperturbabile sorriso orientale – non sarà la gratitudine. Sarà il disprezzo per la debolezza mostrata.

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