Da Bologna a Lugano. I conti del cuore non hanno somma algebrica

Questo blog ospita un racconto poetico di una viaggiatrice molto ironica. Ma non superficiale.

Come spesso capita da ormai cinque anni mi trovo sul treno che mi porta da Bologna, la mia città natale, fino in Svizzera, a Lugano, la mia città adottiva. Da quando ho iniziato l’università (5 anni fa), ripercorro sempre questa strada. Riprendo sempre questo treno. Rivedo sempre le stesse immagini. La stessa natura. Lo stesso sole. Quello italiano e quello svizzero.

Arrivata alla frontiera di Chiasso, trovo come sempre nello stesso punto due personaggi: un doganiere italiano e uno svizzero. Si fumano una sigaretta insieme, si scambiano qualche battuta, l’uno con l’accento napoletano, l’altro con la parlata del sottoceneri. Sono l’emblema del debole confine che distanzia l’Italia dal Ticino; lo conferma la facilità con cui si attraversa la frontiera che separa i due paesi. Il viaggio in treno prosegue, e nella tratta da Chiasso a Lugano mi trovo in mezzo a una discussione tra due italiani frontalieri. Tipica conversazione da lunedì mattina: l’uno elenca i problemi dell’Italia, l’altro risponde con l’elogio alla Svizzera; ogni tanto i ruoli si invertono, ma le due parti rimangono presenti sul campo da gioco passandosi la palla come in una partita di calcio. Potrai trovarli sempre lì, sul regionale Tilo, i due pendolari italiani tristi che vedono la Svizzera come la terra promessa e se ne convincono a vicenda.

Non hanno tutti i torti: la Svizzera è perfetta per certi versi. Basta imboccare l’autostrada da Chiasso per rendersi conto della pulizia delle strade, della cura degli spazi. La nostra università è aperta giorno e notte per noi studenti che possediamo il badge per aprire le porte esterne. Gli uffici comunali sono efficientissimi, così come sono puntuali i negozi a tirare giù le serrande alle 17:00 in punto. I salari permettono alle famiglie di vivere una vita più che dignitosa senza fare troppi sacrifici. Apparentemente in Svizzera non si fa fatica. Anzi in Svizzera non si fa la fatica che facciamo in Italia. Quella dei treni in ritardo, quella di due fiocchi di neve che bloccano una strada. La fatica del vivere materiale in Svizzera non esiste.  Sembra nata per questo la Svizzera. Per non far fatica.

In Svizzera non puoi fare fatica. Tutto intorno a te sembra dare una risposta ai tuoi problemi. Vuoi vivere in un bel posto, e allora c’è chi pulisce le strade tre volte al giorno; vuoi avere una casa tua, allora ci sono le banche che ti fanno prestiti per compare la villetta sul monte Brè; vuoi uno spazio verde dove passare il tuoi tempo libero, a due passi trovi il bel parco con le aiuole in fiore e il lago di fronte; i tuoi figli vogliono studiare nella Svizzera francese, e allora lo stato offre borse di studio che coprono interamente la permanenza nell’altro cantone. Segno di un sistema che funziona. Che funziona perfettamente. In una perfezione che, adircela tutta però, è solo apparente. L’apparenza infatti è subito ingannata.

Nella Svizzera che sarebbe perfetta perché i giovani sono così tristi e incompiuti? Perché ci sono sempre più divorzi, che spezzano quella promessa d’amore eterno, d’amore compiuto a cui non basta la perfezione materiale? Perché il parcheggio autosilo è stato protetto con recinzioni per evitare che la gente si suicidasse buttandosi giù dai piani più alti? Il rischio è che si sia creata l’utopia che non si debba più fare fatica. Che lo Stato sia la risposta a tutto il dolore dell’esistenza, ai turbamenti del cuore, alle sofferenze della vita. E a volte l’utopia prende piede, ma non riesce mai a toglierci di dosso quella delusione di fallimento inevitabile che qualunque sistema ha. Ahimè anche il sistema perfetto, quello apparentemente perfetto, non lascia traccia in fondo al cuore. Non lascia traccia visibile agli occhi.

È bello vivere in Svizzera, dove le cose funzionano bene, ma è bello anche tornare ogni tanto, nella mia amata Bologna perché fare fatica è un toccasana. Ci ricorda del nostro essere, delle nostre inquietudini, dei nostri perché e di quelle tanto sospirate risposte: è augurabile un posto – bello, ricco, efficiente – che non pretenda di risolverci i problemi della vita, ma che ci metta nella posizione giusta per affrontarli. Allora sapremo che i conti in tasca sono giusti, ma quelli del cuore (per fortuna) non tornano mai.

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