Così la fede del nostro Lucho Meyer si è impastata nel destino del Paraguay

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il 20 di settembre ricorrevano dieci anni dalla scomparsa del nostro amico Luis Alberto Meyer Jou, che chiamavamo Lucho. Morì in maniera repentina e inaspettata, all’età di 67 anni. Era nato il 27 aprile 1940, si era laureato in Ingegneria presso l’Università di Asunción e specializzato in Spagna in Ingegneria idraulica.

La sua vita si realizzò appieno sia nell’essere leader indiscusso del laicato nazionale – per più di trent’anni – sia nel suo lavoro accademico: fu creatore e fondatore della facoltà di Scienze e Tecnologia e del laboratorio di Elettronica digitale della Università cattolica. Occupava la vicepresidenza del partito politico Encuentro Nacional al tempo del suo fallimento, ma la sua eredità non si fermò, perché fu dirigente storico di Democrazia cristiana e della Confederazione nazionale dei lavoratori, un lottatore sociale che lasciava dietro di sé una profonda testimonianza di impegno cristiano. Tutto questo senza dimenticare né mettere da parte i suoi lavori pubblici, come direttore del progetto Pilcomayo prima e, infine, come ministro della Pianificazione del governo paraguaiano.

Il suo contributo alla Chiesa fu molto importante. Fu chiamato a essere consigliere del Consiglio episcopale paraguaiano e fu segretario esecutivo del dipartimento dei Laici del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam). Lavorò anche a Roma, come membro del Pontificio Consiglio per i Laici. Lì cominciò un rapporto di amicizia con don Francesco Ricci e, attraverso di lui, con don Luigi Giussani. I disegni misteriosi di Dio fecero in modo che l’esortazione di papa Giovanni Paolo II ai membri di Comunione e Liberazione affinché fossero missionari in tutto il mondo coincidesse con l’incontro tra don Ricci e un gruppo di intellettuali cattolici latinoamericani, tra i quali Meyer. La sua vicinanza con la proposta di educazione all’interno della fede promossa da don Giussani spinse “il Professore” – come lo chiamava il sacerdote brianzolo – a proporre ai vescovi del Paraguay l’esperienza di Comunione e Liberazione. Dal 1987, grazie a un progetto Avsi per la formazione del dipartimento di Ingegneria informatica ed elettronica all’Università cattolica, cominciarono a arrivare in Paraguay i primi amici italiani, che univano il loro impegno nel lavoro a una chiara proposta di vita cristiana.

Una presenza paterna

Ricordiamo ancora i primi incontri del movimento e la presenza paterna di questa figura laica del Paraguay. Ci aiutava, instancabilmente, a giudicare alla luce delle indicazioni della Chiesa il momento storico che il nostro paese stava vivendo, facendosi eco di uno dei segni dei tempi, il Concilio Vaticano II, e soprattutto della Conferencia de Puebla, di cui era stato un protagonista, facendo crescere in noi suoi amici una maggiore coscienza della storia, della cultura e un maggior approfondimento dell’essere umano nella storia.

Il nostro amico non perdeva il suo tempo, e poneva al servizio della patria tutto quello che sapeva della storia e della strategia economica, le sue competenze tecnologiche e la sua passione per l’arte, in particolare per la musica. La sua grande conoscenza della presenza francescana e gesuitica in Paraguay era occasione di grandi incontri con tutti gli amici del movimento. Grazie alla sua eredità, durante il Meeting del 2009, si allestì la mostra sulle Reducciones jesuiticas in Paraguay.

Per la sua levatura intellettuale partecipava alle riunioni del Celam, e il suo interesse per la politica occupava gran parte delle sue giornate. Tuttavia, questo non gli impediva di trovare il tempo per stare con noi nei momenti allegri di festa e durante il tradizionale pellegrinaggio al santuario della Vergine di Caacupé.

Cristianesimo «incarnato»

Qui alla Fundación San Rafael fu uno dei protagonisti del giornale L’Osservatore settimanale, che uscì dal mese di luglio 2005 fino al 2014 con il quotidiano Ultima Hora. L’iniziativa era sorta a partire dai “Bollettini domenicali” e in particolare dalla neccessità che “la fede diventasse cultura”, cioè capace di giudicare tutto. Il primo editoriale fu scritto dallo stesso professor Meyer e diceva: «La fede deve avere a che vedere con tutto ciò che l’uomo fa, in particolare con il lavoro, con la vita quotidiana, con la politica, con ogni decisione e iniziativa dell’uomo… Incarnarsi nella cultura dei nostri popoli significa in una certa misura assumere pienamente i destini delle nazioni». 

paldo.trento@gmail.com

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