Cosa vuol dire per me, prete missionario, amare i miei quaranta figli

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Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Chi di noi avendo un figlio o una figlia adolescente non si sente provocato per il modo con cui si rapporta con noi? Il più delle volte regna in noi adulti una grande incapacità ad ascoltarli, una incapacità a percepire quanto accade nella loro vita. Eppure questi figli che Dio ci ha donato, voluti o nati da una avventura, hanno un bisogno grande di sentirsi amati. Hanno bisogno di una famiglia per imparare a vivere, per crescere liberi.

Lo sperimento ogni giorno con i miei quaranta figli, che vanno da zero a 18 anni. I piccoli quando mi vedono alzano le mani, facendomi capire che vogliono stare fra le mie braccia. I più grandi vogliono giocare con me. Gli adolescenti mi chiedono di stare con loro per parlare, anche a tu per tu.

La prima condizione per educare è il rispetto della libertà del figlio, come ci insegna la parabola del figliol prodigo. La fiducia non è una cosa che decido io: è un tutt’uno con la struttura umana della persona. Per questo Dio, anche quando l’uomo lo ha tradito, non gli ha tolto la fiducia, perché l’uomo è il frutto della Sua creazione. Per il fatto stesso di creare, Dio afferma la Sua fiducia totale nell’uomo. Il peccato originale è il frutto della libertà umana, ma non ha messo in discussione la fiducia del Mistero per la Sua creatura. Il papà della parabola evangelica è l’immagine più bella della modalità con cui Dio ci guarda. Il nostro peccato non oscura la sua fiducia in noi.

In questa prospettiva il nostro modo di relazionarci con i figli cambia radicalmente. Mi permetto a questo punto di farvi conoscere una lettera che una adolescente mi ha scritto. Nella sua semplicità ci aiuta a entrare nella profondità di ciò che desiderano i nostri figli, che spesso manifestano il loro disagio di vivere attraverso dettagli che per noi sapientoni sembrano stupidaggini.

paldo.trento@gmail.com

Padre Aldo, ti scrivo questa lettera per raccontarti le mie angosce. Da alcuni giorni vengono a mancare le mie cose, oggetti di poco valore, però il fatto mi infastidisce. Soldi, vestiti, scarpe… Vedo Luz Maria entrare nella mia stanza, e le ragazze di Chiquitunga sono testimoni. Oggi volevo fare i compiti ma non ho trovato i miei quaderni. Ho trovato tutto nell’armadio di Luz Maria. Ho perso il controllo e l’ho presa a schiaffi: volevo farmi rispettare perché non è la prima volta che tocca le mie cose. Poco dopo mi sono pentita, mi sono messa a piangere e sono andata a chiederle scusa.

Padre, io non posso avere niente nella mia stanza perché chiunque entra può guardare tra le mie cose e portarmele via.

Un’altra cosa che mi disturba è che non sono in pace con le mie zie (si riferisce alle mamme sostitutive, ndr). Non posso avere fiducia in loro: a volte ho bisogno di parlare con qualcuno, farmi ascoltare e confidarmi, però con loro non riesco. Penso che le zie di Chiquitunga non mi vogliano bene e non so perché.

L’unico che non delude
Nessuno mi ascolta. La povera Laura (una ragazzina che ha partorito un bel bambino) non si sente più a suo agio in Chiquitunga per colpa di Rossana che non le vuole bene. Rossana si lamenta sempre del lavoro che le chiedono di fare. Ma sono il lavoro e lo studio le uniche cose che la faranno andare avanti.

Padre, lo so che ti ho deluso, ti chiedo perdono. Il giorno in cui mi innamorerò di qualcuno te lo dirò, così mi guiderai e non inciamperò negli stessi errori. Tu sei l’unica persona di cui posso fidarmi, gli altri mi deludono. Solo uno non mi deluderà mai, e si chiama Gesù. Voglio solo che ritorni a fidarti di me.

So che nessuno mi vede come esempio e hanno ragione. Però mi sono resa conto che stavo sbagliando. Ho imparato tanto dalla vita e non voglio soffrire più. L’unica cosa che voglio e chiedo a Dio è che mi guidi sempre sulla retta via. Finire gli studi e laurearmi è il mio sogno. Vorrei mostrare che un figlio non è un peccato. La droga non porta niente di buono, solo alla prostituzione, al furto, agli assalti, alle bugie, alla morte e persino a malattie come l’Hiv. Per grazia di Dio sono arrivata a niente di tutto questo.

Va bene! Spero che tu mi capisca e che mi possa perdonare per quello che ho fatto. Desidero sempre evitare i problemi, per questo quando arrivo dal mio lavoro o dal collegio, mi chiudo nella stanza con mio figlio Aldo Nicolás!

Lettera firmata

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