“Come” stare dalla parte dell’Ucraina e altre cose su cui riflettere senza elmetto

Una donna ucraina davanti a un edificio bombardato a Kiev
Una donna ucraina davanti a un edificio bombardato a Kiev (foto Ansa)

Su Fanpage Ida Artiaco scrive: «“Mi è stato detto che sta andando abbastanza bene, ma vedremo, i negoziati continueranno domani”, ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un video, aggiungendo che “la conversazione con il primo ministro israeliano Bennett è stata importante come parte dello sforzo di negoziazione per porre fine a questa guerra con una pace giusta”».

Ahimè, le bombe continuano. Ma si è aperto uno spiraglio e bisogna far di tutto perché resti aperto.

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Sul sito del Tgcom il direttore commenta lʼultima dichiarazione di Zelensky, che ammette che l’Ucraina non potrà far parte della Nato, e lʼatteggiamento bellicoso e belligerante di tanti italiani: «LʼUcraina, i leoni da tastiera e i guerrieri da scrivania».

Anche Paolo Liguori spiega alla nostra “informazione con l’elmetto” che trattare non significa arrendersi a Mosca.

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Sulla Zuppa di Porro si scrive: «Chi segue il nostro giornale sa che rifuggiamo ogni sorta di dogma. Anche sulla guerra in Ucraina, pur convinti che ci sia un aggressore e un aggredito, ci siamo rifiutati di calarci nel ruolo di quelli che abbiamo chiamato “piccoli Putin”: i censori occidentali che mettono all’indice chiunque provi anche solo a ritenere possibile discutere sui limiti della Nato in questa vicenda. Per questo, anziché parlare senza fonti attendibili della presunta pazzia dello Zar di tutte le Russie, preferiamo sottoporvi analisi ragionate».

Ecco un altro appello assai convincente a sostenere l’esigenza di un’informazione “senza elmetto”.

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Su Formiche Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi Difesa, dice: «Trattare è necessario. Nessuno ingaggia un conflitto per combattere per sempre. È chiaro che la Russia vuole, oltre al controllo sulla Crimea, la totale neutralità dell’Ucraina. Dunque una sostanziale smilitarizzazione del paese. In modo tale che l’Ucraina diventi il “cuscinetto” tra Mosca e la Nato».

Anche un sito particolarmente rigoroso nel sostenere il fronte occidentale nel contrastare l’invasione russa dell’Ucraina, sa quando è giusto allentare la cintura dell’elmetto e aiutare la trattativa.

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Su Huffington Post Italia Stefano Fassina dice: «Nonostante la nostra propaganda, la storia non era finita. Si prendeva soltanto una vacanza. Oggi, la politica impone all’etica il confronto con la realtà e con la storia. Quindi, torniamo alla domanda di Revelli: “come stiamo” dalla parte dell’Ucraina? Senza ambiguità, ma con realpolitik: con Putin si deve trovare una mediazione accettabile, innanzitutto per l’Ucraina. Per imporgli di fermarsi e negoziare va percorso il terreno delle sanzioni economiche con maggior determinazione e coerenza, anche a costo di pesanti sacrifici per noi in termini di contenimento del consumo di energia, da distribuire secondo un criterio di progressività».

Un uomo di sinistra particolarmente (e con buoni motivi) travagliato come Fassina spiega come si ragiona senza elmetto.

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Sugli Stati generali Giancarlo Ghigi scrive: «Per settant’anni queste potenze si sono fronteggiate, spartite, sfiorate e contese ogni frammento di terra del pianeta. Ma una vera guerra diretta tra loro non l’hanno mai fatta. Quel diritto di veto è così divenuto di fatto la ratifica d’un veto atomico, d’una remora invalicabile. È stato lo stesso fuori scala suicidiario rappresentato dall’olocausto nucleare ad inanellare la catena che lega le mani ad ogni ipotizzabile escalation bellica tra le potenze, il solo fattore di deterrenza oggettivo che ha reso la parte restante di quegli arsenali bellici utile solo nelle faccende interne o in paesi terzi. Questo è l’ordine mondiale che regge il pianeta da tre quarti di secolo. Attraversato certo dai recenti 20 anni di profonda crisi del blocco imperialista russo. Per superare un bel giorno (nel nostro futuro) questo mondo lottizzato e umiliato, dobbiamo continuare ad averlo sempre presente, ad ogni passo. Capirne le dinamiche, le ragioni, confrontarci con la presenza ingombrante di questo bottone d’autodistruzione che fece dire ad Einstein che la quarta guerra mondiale, un giorno, sarebbe stata combattuta solo con pietre e bastoni».

A un sito di sinistra come Gli Stati generali piace ragionare “senza elmetto” e ricordare che le crisi internazionali vanno affrontate senza prescindere dal principio di realtà.

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Su Startmag Maria Scopece intervista Guido Crosetto che dice «Quello che è successo ieri tra Cina e Usa non è sicuramente di buon auspicio. Anche se le notizie non sono ufficiali. Sappiamo solo che la Cina non abbia detto di no alla richiesta russa di armi. E questo è uno dei punti che interpella di più l’Occidente. Io sono ogni giorno più preoccupato e vedo la via che si stringe e intravedo, e lo dico con grande tristezza, come punto di arrivo un intervento molto più diretto dell’Occidente. Se continua così, se non interviene nessun fattore a cambiare quello che sta accadendo».

Non è male cercare di riflettere su tutte le implicazioni internazionali che la vicenda invasione russa dell’Ucraina implica.

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Sulla lavoce.info Rony Hamui scrive: «Certamente la crescente censura sui mezzi di comunicazione e la violenta repressione dei potenziali rivali può spiegare il risultato, ma rimane il fatto che ancora quattro anni fa il forte messaggio nazionalistico di Putin godeva di una vasta popolarità, che evidentemente è riuscita a contrastare una situazione economica in progressivo deterioramento».

Hamui spiega i possibili fattori di crisi politica della Russia, ma invita a non farsi eccessive illusioni su una rapida disgregazione del consenso popolare che Vladimir Putin ha ancora nel suo paese.

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Su Formiche Gabriele Carrer e Emanuele Rossi scrivono riferendosi a Benjamin Netanyahu: «L’ex primo ministro esprime una posizione diffusa nello Stato ebraico. Sull’Iran c’è una sostanziale sfiducia. Si teme che la riqualificazione economica internazionale dell’Iran, conseguente al rientro americano nell’accordo, produca un effetto indiretto: più soldi circolano, più i Pasdaran possono investirne per continuare a foraggiare i propri interessi. Che sono anche connessi al mantenimento di un network di milizie regionali che va dal Libano all’Iraq, dalla Siria all’Afghanistan, che vede Israele come nemico. Una considerazione simile la fanno i paesi del Golfo, accomunati con gli israeliani dal confronto con l’Iran».

Israeliani e sauditi non paiono del tutto convinti della sapienza strategica di Washington nel dominare i diversi scacchieri internazionali. Ragionando senza elmetto, ecco un altro fattore geostrategico da tener d’occhio.

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Su Atlantico quotidiano Federico Punzi scrive: «Un altro avvertimento è arrivato ieri, via Wall Street Journal: “L’Arabia Saudita è in trattative con Pechino per prezzare in yuan (la moneta cinese, ndr) alcune delle sue vendite di petrolio alla Cina”. “Una mossa che intaccherebbe il dominio del dollaro Usa sul mercato petrolifero globale e segnerebbe un altro passo verso l’Asia del massimo esportatore di greggio del mondo”. In realtà, ricorda il quotidiano finanziario, i colloqui con Pechino per contratti petroliferi valutati in yuan sono andati avanti e indietro per sei anni, ma quest’anno hanno subito un’accelerazione, perché i sauditi sono sempre più risentiti per il venir meno dei decennali impegni degli Stati Uniti per la sicurezza del Regno: “I sauditi sono irritati per la mancanza di sostegno degli Stati Uniti al loro intervento nella guerra civile nello Yemen e per il tentativo dell’amministrazione Biden di concludere un accordo con l’Iran sul suo programma nucleare” e “si sono detti scioccati dal precipitoso ritiro dall’Afghanistan dello scorso anno”».

Anche un giornalista “guerriero per la libertà” come Punzi sottilenea i pasticci che l’amministrazione Biden sta combinando, sulle orme di quella Obama, innanzi tutto in Medio Oriente.

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