Come sarà il mio Paradiso

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Devo dire che, passando gli anni, l’idea di un aldilà, di un altro mondo, si fa per me sempre più attraente e concreta. Comincio a immaginarmi il paradiso non con un vago timore, ma con una più nutrita speranza. Tutto è cominciato con un sogno che da anni si ripete: sogno che mio padre, morto da molti anni, abiti in una sorta di paese che si trova arrampicato sopra a Milano, così come, per chi conosce l’Alto Adige, sopra a Bolzano si trova l’altipiano di Oberbozen, vicinissimo alla città e ai suoi rumori, eppure totalmente altro, pianoro di dolomite incantata, silenzio di pascoli e di nuvole candide e pigre, in cielo.

Ecco, l’altopiano di Oberbozen descrive perfettamente il paese che io sogno esistere sopra a Milano: invisibile eppure prossimo, anzi quasi coincidente con la città, ma alto sopra alle strade, e segreto. Sogno dunque che mio padre da molti anni abiti in una delle case di questo altopiano, con la vigna, e l’orto che avevo sempre desiderato, e la mattina annaffi la salvia e la lattuga con quel suo vecchio innaffiatoio giallo che usava sul terrazzo a Milano. Nel sogno lo vedo quieto a curare le piante, i capelli bianchi radi e spettinati come sempre, e quel golf bordeaux che aveva sempre addosso.

Certo, questo paese nascosto sopra a Milano è di un’altra materia, di un altro mondo; e tuttavia così vicino che, mi dico quando mi sveglio, non è possibile che mio padre non guardi giù, ogni mattina. Mi sveglio contenta da quel sogno, e confortata; come se un’ombra buona mi si fosse messa accanto.

E mia sorella, morta bambina? Da sempre sogno che non è morta, ma l’hanno invece rinchiusa, chissà perché, in una specie di sanatorio, o castello, una “montagna incantata” dove però, pure lontana da noi, non è infelice; e che dunque quando io passerò dall’altra riva la troverò, in quel castello, e forse allora saremo di nuovo bambine assieme, come nelle foto in cui, in montagna, sui prati lei mi abbraccia, materna. Mia madre, invece, la sogno spesso malata, sofferente, a letto, e mi pare una richiesta di aiuto e di preghiere. Mio fratello lo sogno ragazzo, quando con il suo fisico da campione scalava in bici i passi dolomitici su una Legnano gialla fiammante; e sale e sale ancora sui tornanti, sudato e felice, e la vetta ancora è lontana.

Quale sarà, mi chiedo, se ci andrò naturalmente, il mio paradiso? Lo immagino come i luoghi che ho più amato, le Dolomiti d’estate, con i pascoli con erba alta piena di fiori e dai fienili il profumo del fieno. Lo immagino con il sole alto, bollente, che picchia sulle cime rosa e scioglie nel mezzogiorno radioso di luglio le ultime lingue di neve. Mi immagino tutti quelli a cui ho voluto bene, e anche il gatto che avevo da bambina, e quelli che ho adesso, e il mio cane. «Niente di ciò che amiamo andrà perduto», ha promesso Benedetto XVI, e io me lo sono segnata, e ci conto.

Aspetto, non so perché, con una certezza nuova un’altra vita, dove non ci sarà più affanno né dolore, per tutti. E questa speranza impercettibilmente certe mattine modifica il mio sguardo da sempre malinconico; come se non ci fosse più bisogno di voltarsi indietro, nostalgici, ma ci fosse invece ragione di guardare avanti, fidandosi di ciò che è promesso.

Foto Ansa


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