Come salvare il Pd dalla deriva radical-Schlein

Elly Schlein e Stefano Bonaccini
I due principali candidati alle primarie del Pd, Elly Schlein e Stefano Bonaccini (foto Ansa)

Su Atlantico quotidiano Stefano Magni scrive: «Che succede a Milano? Quel che avviene anche in quasi tutte le grandi città occidentali, con pochissime eccezioni. Succede che: la borghesia più istruita, la nuova classe dirigente, l’elettorato più attivo, è uscito da università di sinistra e, lavorando, non ha cambiato idea. Anche nei decenni scorsi, infatti, le università sfornavano laureati comunisti o comunque di sinistra, ma lavorando cambiavano idea. La grande novità della nuova generazione è che l’utopismo insegnato o inculcato nelle università paga anche sul lavoro. Perché le nuove professioni richiedono sempre più doti relazionali e sempre meno doti pratiche, tecniche. Nelle relazioni pubbliche vince chi condivide una vision più attraente nei salotti che contano. Per questo avanza una nuova classe padrona, un nuovo elettorato urbano, molto più ideologico che produttivo. Per fortuna (nostra e del paese) quelle che un tempo erano le campagne non si sono ancora adeguate al nuovo corso».

La stimolante, anche se talvolta più provocatoria che articolata, analisi di Magni ricorda in parte quella di Luca Ricolfi che ha scritto dell’avanzare nella nostra nazione di una “società signorile di massa”. In qualche modo ci si richiama al fenomeno che ha caratterizzato il nostro Rinascimento, quando i nostri magnifici mercanti-banchieri che dominavano l’Europa si ritrassero con l’obiettivo di trasformarsi in aristocratici-rentier, non furono capaci di creare una borghesia nazionale, lasciarono il primato finanziario a olandesi e inglesi, e ai francesi e spagnoli quello di costituire uno Stato forte, agli Asburgo l’egemonia sul Continente, e aprirono così la via a un dominio straniero plurisecolare dell’Italia.

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Sugli Stati generali Paolo Manfredi scrive: «Se, come pare, Elly Schlein vincerà le primarie del Pd a Milano, si andrà chiudendo il cerchio della trasformazione del maggiore partito della sinistra in una moderna forza radicale larga a decisa trazione urbana, alleata della borghesia engagé nello scegliersi i nemici e le priorità, con un’idea tutta urbana del lavoro e dei diritti, perfettamente complementare alla finanza e ai palazzinari poliglotti, green e sorridenti. Sarebbe la versione politica del Bosco verticale».

Man mano che si avvicinano le primarie “aperte” del Pd aumentano le chance della Schlein con il suo programma economico-sociale peronista in sintonia con i 5 stelle (reddito di cittadinanza, tram gratis per gli studenti che non si devono preoccupare del merito, salario minimo) con uno sfrenato ideologismo ecologistico e con un programma dei diritti di stile sanremese. Per contrastarla Stefano Bonaccini dovrebbe riuscire in queste settimane a far fare un salto alla sua proposta politica, riferendosi molto alla sinistra europea che ha ancora un’anima di governo, da quella tedesca a quella portoghese a quella baltico-scandinava. E all’esperienza di Joe Biden. Dovrebbe non tanto lodare Giorgia Meloni (sono mosse in sé vuote tipiche dell’inetto Enrico Letta), quanto proporre un accordo costituente al centrodestra come cornice per costruire una politica alternativa di una sinistra non demagogica. E poi dovrebbe usare la forza dei suoi sostenitori con una visione di governo della società e dell’economia, cioè i De Luca, i Decaro, i Nardella. Non so se ce la farà.

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Su Strisciarossa Anna Loretoni scrive: «Con 29 voti a favore, 8 contrari e 16 astenuti l’Iran è stato espulso dalla Commissione Onu sui diritti delle donne, un forum a cui partecipano 45 paesi. La comunità internazionale reagisce così, sebbene non unanimemente, ai drammatici fatti che sconvolgono l’Iran. Oltre a ciò, non mancano le prese di posizione di diversi leader politici. Solo in Italia, vanno ricordate le parole di indignazione del presidente Mattarella al nuovo ambasciatore iraniano Mohammad Reza Sabouri, e quelle del ministro degli Esteri Tajani sulle condanne capitali del regime».

Credo che quella parte della politica americana che non approvava gli accordi sul nucleare con Teheran, non avesse poi tutti i torti.

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Su Huffington Post Italia Claudio Paudice scrive: «La frattura tra Fabio Panetta e Christine Lagarde è sempre più alla luce del sole. La presidente della Banca centrale europea davanti alla plenaria dell’Europarlamento ha già annunciato, anticipando di gran lunga i tempi, quale sarà la prossima mossa del Consiglio direttivo del 15 marzo: un altro rialzo dei tassi di 50 punti base. La decisione di “legare le mani” della Bce prima ancora della riunione periodica dei banchieri centrali è irrituale e contraddice l’approccio solito e sempre rivendicato da chi ha preso il posto di Mario Draghi alla guida dell’Eurotower».

Le posizioni di Panetta testimoniano non solo il valore di un economista scuola Bankitalia all’interno dell’esecutivo della Bce, ma anche il nuovo peso di un’Italia che rifiuta di essere emarginata. Ecco un terreno che, se Bonaccini avesse un po’ energia e fantasia, potrebbe sfruttare, presentando un’idea di una sinistra che è capace di sostenere gli interessi nazionali e di non appiattirsi solo sullo status quo franco-tedesco. Un po’ come fece in una situazione ben più tragica lo stesso Alexis Tsipras.

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