Come interpretare lo sgarbo di Biden a Zelensky

Joe Biden al telefono con Volodymyr Zelensky
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden al telefono con l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky nel dicembre scorso (foto Ansa)

Sulla Zuppa di Porro Bianca Leonardi scrive: «“Zelensky non volle ascoltare”, afferma infatti il presidente americano Biden».

È vero, come molti sostengono, che non bisogna mai fare troppo affidamento su quel che dice Sleepy Joe e che qualcuno del suo staff potrebbe presto correggerlo, però nello stesso momento il presidente francese fa un gesto distensivo verso Kiev mentre quello americano gli fa uno sgarbo. Qualcuno potrebbe pensare che l’articolata alleanza occidentale si stia apprestando a trattare una pace per una guerra che sta facendo grandi danni generali.

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Su Scenari economici Giuseppina Perlasca scrive: «Navi cisterna e navi da carico sono attualmente bloccate davanti ai porti europei di Rotterdam e Anversa, come mostra Martin Armstrong di Statista nell’infografica qui sotto, basata su un’istantanea di FleetMon, un portale di monitoraggio online per le navi. Più a nord, al largo della foce dell’Elba, sono ormeggiate anche numerose navi da carico in attesa di poter entrare nel porto».

Un’ampia alleanza occidentale si è posta l’obiettivo, certamente non privo di serie giustificazioni, di fare una guerra generale sia pur virtuale a Mosca. Ma la guerra anche virtuale, per esempio quella condotta sanzionando gasdotti e petrolio russi, comporta scelte globali complesse da assumere (per esempio intasando rotte e porti) e sacrifici da sostenere. Bisogna dirlo ai propri cittadini, avere un reale mandato nel sostenerle e riflettere seriamente se non esistano alternative.

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Su Open si scrive: «YouTrend ha fatto un’analisi anche sui risultati delle coalizioni, dove si contano sia liste civiche che liste legate ai partiti nazionali. Qui si calcola che le coalizioni di centrodestra abbiano preso in tutto il 43,8 per cento dei voti, contro quelle di centrosinistra (o di quelle giallo-rosse) che insieme hanno ottenuto il 41,9 per cento. La stessa tendenza si può vedere anche nei comuni capolouogo, dove le coalizioni di centrodestra hanno ottenuto il 46,2 per cento dei voti, mentre quelle di centrosinistra il 44,3 per cento».

Finita l’epoca delle grandi divisioni ideologiche, in Italia tendono ad affrontarsi due schieramenti la cui verità di fondo è rivelata innanzi tutto dai candidati civici. A destra un po’ più nazionalisti, divisi tra più atlantisti e più europeisti, tra più conservatori e più liberali, tra più borghesi e più popolari, tra più religiosi e più laici, tra più centralisti e più federalisti, ma abbastanza unificati da un comune sentire. Anche a sinistra esistono caratteristiche omogenee alle varie sensibilità, ma hanno avuto più difficoltà a esprimersi perché il ceto politico di questa parte negli ultimi decenni ha assunto una funzione di espressione di interessi internazionali e d’establishment che poco apprezzano la contendibilità del potere politico e che hanno determinato la caratterizzazione della sinistra con molto più potere ma molto meno “anima”.

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Sul Sussidiario Paolo Annoni scrive: «Perché in questo scenario si esplorano le fragilità dell’Italia molto più che della Spagna? È difficile credere che sia per il debito più alto, visto che non c’è un’economia sviluppata che non navighi nel debito e non faccia deficit record. Il problema dell’Italia è che in questa fase si sta arrivando all’osso delle valutazioni economico-finanziarie e nessun paese come il nostro negli ultimi anni ha ceduto sovranità reali e interessi geopolitici».

Da 11 anni la politica italiana è commissariata. La cura Napolitano, iniziata con lo sciagurato governo Monti (e proseguita poi da Sergio Mattarella), doveva salvarci. Ci ha invece indebolito strutturalmente.

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