Come gli 007 cecoslovacchi penetrarono nella nostra ambasciata a Praga

Recentemente Radio Praga ha raccontato un episodio risalente agli anni ’60 che sarebbe perfetto per un film di spionaggio, e che coinvolge direttamente la nostra ambasciata in terra ceca. Nel gennaio 1967 sulla scrivania del ministro degli interni Kudrna comparve un fascicolo top secret in cui si presentavano al compagno ministro i risultati dell’operazione «Blín» concepita della divisione III della polizia politica, il controspionaggio militare. Lo stesso nome scelto per l’operazione calza perfettamente con il genere delle spy stories: in ceco blín significa giusquiamo, un fiore che nell’antichità si riteneva avesse poteri magici ma che in realtà possiede proprietà estremamente tossiche.

Erano anni in cui, dopo la costruzione del Muro di Berlino e la crisi dei missili di Cuba, la tensione fra Est e Ovest era salita alle stelle e il confronto militare sembrava inevitabile. Nel momento in cui si fosse ritenuto imminente un attacco occidentale, il Patto di Varsavia contava di lanciare decine di testate nucleari contro le forze della NATO per poi penetrare in Europa occidentale. Ingenti spese militari furono sostenute dai paesi satelliti dell’URSS per rinnovare e coordinare i propri eserciti, e si predispose un’ampia opera di disinformazione sul sistema missilistico sovietico e sulla dislocazione delle truppe.

Ma per poter ingannare al meglio il nemico, il problema per i sovietici e i loro alleati era quello di conoscere cosa effettivamente si sapeva all’Ovest: «Sappiamo che la NATO possiede buone informazioni sulla dislocazione delle nostre truppe e dei nostri obiettivi strategici», scriveva un ufficiale cecoslovacco, ma per avere maggiori certezze era necessario avere accesso diretto ai documenti della NATO, cosa tutt’altro che semplice.

L’idea del controspionaggio cecoslovacco fu quella di violare un’ambasciata occidentale che ospitava un addetto militare NATO, per impossessarsi segretamente dei documenti sensibili. Anche questo non era un compito facile, come osservò il capo dell’operazione, colonnello Beneš: si trattava infatti di penetrare obiettivi «sorvegliati da unità speciali di sicurezza, con sigilli, serrature e casseforti».

Alla fine la scelta cadde proprio sull’ambasciata italiana. Ospitata dal 1924 nel palazzo Thun-Hohenstein, gioiello dell’architettura barocca praghese, la nostra rappresentanza diplomatica si trova da sempre in una posizione centralissima, lungo la via Nerudova che sale al Castello, a fianco della chiesa di San Gaetano, e proprio qui sta il bello: il palazzo Thun era collegato alla chiesa con un corridoio, comoda scorciatoia per i nobili del XVIII secolo ma un incubo per la sicurezza dell’ambasciata. È vero che il passaggio era stato murato proprio prima degli anni ’60, ma questo non impedì ai solerti ufficiali del controspionaggio militare di sfruttarlo.

Stando a quanto racconta Radio Praga, il controspionaggio cecoslovacco costruì un tunnel che dal locale caldaie di un vicino edificio di proprietà del Ministero degli interni sbucava sotto ai gradini che dalla chiesa portavano al corridoio di collegamento con l’ambasciata: «Abbiamo ricavato due aperture dietro alle porte di entrambe le estremità murate», e nelle antiche porte apparentemente ben sigillate ritagliarono dei pannelli mobili.

Prima di dar luogo all’intrusione, era necessario avere una mappa dettagliata dei locali dell’ambasciata, delle misure di sicurezza e degli spostamenti del personale. Fu necessario anche neutralizzare la vigilanza notturna impegnandola senza che potesse sospettare nulla, «secondo modalità che lasciano molto spazio alla fantasia» – commenta Radio Praga.

Nello schema conservatosi è indicato il tragitto percorso dagli agenti cecoslovacchi: una volta entrati nell’ambasciata trovarono un’unica porta chiusa a chiave, e poi poterono penetrare senza intoppi nella segreteria, puntare alla «cassaforte senza combinazione» e alle apparecchiature fotografiche e per la registrazione, e infine entrare nell’ufficio dell’addetto militare dove era conservata anche la cassaforte con combinazione.
Tempo necessario per accedere ai locali: da 30 minuti a un’ora, con incursioni notturne e nei giorni festivi.

Dopo tre anni di preparazione, nell’inverno del ’66 l’operazione Blín partì, e nei mesi successivi vi furono tre incursioni che permisero all’intelligence militare cecoslovacca di appropriarsi di decine di documenti, comprese mappe e fotografie. Inoltre riuscirono ad impossessarsi dei codici segreti che l’addetto militare colonnello Luccioli usava per comunicare con Roma.

Il colonnello Josef Stavinoha, uomo fedelissimo al partito e a capo del controspionaggio militare dal gennaio del 1953, analizzando i documenti della NATO concluse che la tattica del Patto di Varsavia di fingere debolezza era stata ripagata. È vero che gli occidentali avevano fotografato molti obiettivi, specialmente aeroporti e basi di difesa aerea, tuttavia non c’erano riferimenti ai siti di lancio dei missili, e lo studio sull’esercito cecoslovacco che risaliva al 1965 ne sottolineava solo il carattere difensivo, mentre si riscontravano errori nella dislocazione delle truppe e una significativa sottostima delle capacità militari. Tuttavia concludeva prudentemente, osservando che l’intelligence occidentale poteva comunque avere maggiori informazioni rispetto a quelle che trapelavano dalle carte trafugate.

Nel ’67 i documenti furono condivisi tra i ministri degli interni del Patto di Varsavia, che decisero che per l’anno dopo avrebbero preso misure speciali per intensificare la disinformazione da passare al nemico, ma poi l’invasione di agosto mandò per aria anche i piani dell’intelligence. Non sappiamo – conclude Radio Praga – quanto tempo sia rimasto attivo il passaggio clandestino dopo il ’67, o se qualcuno dell’ambasciata se ne sia mai accorto.

L’ambasciata italiana non fu ovviamente l’unica ad essere posta sotto controllo durante l’epoca comunista, se questo ci può consolare: dopo l’89 in Repubblica ceca sono stati disabilitati 470 sistemi di intercettazione in edifici diplomatici (ben 171 solo nell’ambasciata tedesco-occidentale!).