Perché la Coldiretti si vergogna dei contadini?

La Coldiretti, sindacato dei piccoli imprenditori agricoli che detiene da sempre la maggioranza assoluta fra le organizzazioni di rappresentanza del mondo rurale, dovrebbe essere una realtà di ispirazione cattolica. Ha un assistente ecclesiastico nazionale nominato dalla Cei e consiglieri ecclesiastici diocesani, e dal 1950 celebra ogni anno la Giornata del Ringraziamento per rendere grazie al Signore per ciò che i campi coltivati restituiscono al lavoro umano. Il tema della Giornata dello scorso anno era una citazione dal Deuteronomio: “Le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato” (Dt 26,10).

Suo fondatore e presidente per quasi quarant’anni fu Paolo Bonomi, uomo di Azione Cattolica e deputato democristiano alla Costituente. Eppure chi ha visto passare in tivù lo spot pubblicitario del nuovo marchio di pasta “Le stagioni d’Italia” (video in fondo all’articolo), sponsorizzato dalla Coldiretti come parte del suo progetto di promozione delle filiere e del made in Italy, è portato a pensare che i coltivatori diretti italiani si siano ribellati agli dèi come Prometeo e si siano convertiti in massa all’illuminismo.

Il testo del promo è il seguente: «Il contadino curvo tra terra e cielo ha alzato la schiena, è diventato agricoltore. Ogni zolla gli appartiene, sa quando ha fame, sete, sonno. Le sue mani la accudiscono con nuove carezze. Il tesoro che custodisce con la memoria del passato e la scienza del futuro è il suo campo, e su quel campo non c’è più un contadino che spera, c’è un agricoltore che sa, che sa cosa ti offre. Le stagioni d’Italia, dalla grande agricoltura italiana». Dunque è cambiato tutto. Il moderno coltivatore non deve più sperare nella benevolenza divina, nella clemenza della stagione, nella provvidenzialità della pioggia e del sole, perché ha una certezza: il potere del sapere.

Il campo non è quella frazione del mistero della fecondità della terra che gli uomini e Dio hanno affidato alle sue cure e alla sua fatica: no, è la sua proprietà, è ciò che gli appartiene non come una cosa che rivendica la sua alterità, ma come qualcosa che ha interamente inglobato in sé. Da cosa si deduce? Dal fatto che sa esattamente quando la terra ha fame, sete e sonno come lo saprebbe di se stesso. Perciò quando lavora la terra non partecipa all’opera di Dio, ma Lo sostituisce: è lui l’onnisciente, e poiché onnisciente è lui l’onnipotente. Non ha più bisogno di chinarsi davanti al mistero della fecondità della terra che rinvia al potere creativo celeste, non c’è più nessuna ragione di inginocchiarsi, perché il rapporto fra la terra e il cielo è radicalmente mutato.

Dio non ha più nulla da fare che osservare dall’alto il lavoro delle macchine che l’ingegno umano ha escogitato per estrarre dalla terra i frutti, e il risultato di tanta applicazione. Tutte le immagini del video pubblicitario consistono in riprese dall’alto: i campi che cambiano colore prima arati e poi germogliati e poi trebbiati, percorsi dai macchinari o bagnati dai congegni dell’irrigazione. C’è una sola ripresa frontale: quella di un giovane agricoltore ritto e sorridente, lo stemma di Coldiretti bene in vista sulla tuta da lavoro, che guarda compiaciuto nella telecamera. Non ha alcun bisogno di rivolgere lo sguardo al cielo o di chinarsi a sudare sulla terra: tutto il lavoro lo fanno le macchine, il progresso scientifico gli consente di risparmiare fatica e preghiere. Lui non è più un contadino, ma un agricoltore: è definito da quello che fa, non più dalla sua origine.

Contadino, infatti, significa “abitante del contado”. Ma il nostro contadino del XXI secolo non vuole essere identificato dal luogo dove è nato e dove hanno vissuto tutti i suoi antenati. Quando si parla di tradizione, si intendono i saperi relativi alla coltivazione, non quelli relativi all’abitare. Le uniche radici degne di attenzione sono quelle delle piante, non quelle degli esseri umani. L’uomo non cerca di abitare l’essere: lo ricrea, lo piega a sé, lo identifica ai propri bisogni attraverso la scienza e la tecnologia. Dentro di sé l’agricoltore de “Le stagioni d’Italia” si sente un cittadino, e forse abita effettivamente in città: il luogo dove tutto, relazioni e strutture, può mutare continuamente, dove la linea dell’orizzonte cambia non al ritmo delle stagioni, ma a quello frenetico della volontà umana che abbatte vecchi edifici e ne costruisce di nuovi, innalza rampe e ponti per strade vecchie e nuove. Di qui la vergogna del contadino per il suo nome, che rimanda a immobilità, lentezza e isolamento.

Per la prossima pubblicità di un pastificio bisognoso di lanciarsi sul mercato suggerisco di fare ammenda di tanto positivismo utilizzando il quadro di un famoso artista contemporaneo tedesco esposto al Guggenheim di Bilbao: “I famosi ordini della notte” di Anselm Kiefer. C’è un uomo sdraiato a terra, su un arido suolo, il volto e il corpo nudo dalla cintola in su rivolti al cielo stellato. Terra, corpo e stelle sono dello stesso luminoso colore, perché sono della stessa materia. C’è una continuità che non può, che non deve essere spezzata. La spiritualità, osserva Kiefer, consiste nel «collegarci a un sapere più antico e nel cercare di trovare una continuità nelle ragioni per le quali desideriamo il cielo».

 

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