Cina. Muore Phuntsok Wangyal, «un vero comunista» incarcerato per 18 anni perché amava il Tibet più del partito

tibet-cina-Bapa-Phuntsok-Wangyal«Bapa Phuntsok Wangyal era un vero comunista», un fedele «membro del partito» in Cina. Era anche tibetano, amava il Dalai Lama e sognava un Tibet che vivesse unito a Pechino mantenendo però le sue tradizioni.
Ma queste cose non potevano convivere agli occhi dei maoisti e così, nonostante fin dal 1951 Wangyal facesse da traduttore a Mao Zedong e Zhou Enlai, prima di morire domenica scorsa, a 91 anni, è stato costretto dai suoi “compagni” a passare 18 anni in una prigione di massima sicurezza.

PARTITO COMUNISTA TIBETANO. Wangyal ha incarnato perfettamente le speranze e gli ideali suscitati dal comunismo fin dagli anni ’50 in Cina e ha poi vissuto sulla sua pelle la delusione e il tradimento di quelle promesse. Nato nel 1922 nella contea tibetana di Batang, che oggi non si chiama più così e fa parte della provincia cinese del Sichuan, Wangyal ha fondato il partito comunista tibetano negli anni ’40, che è poi confluito nel partito comunista cinese nel 1949.

TRADUTTORE DI MAO. Dopo aver fatto da traduttore a Mao nel 1954 a Pechino, durante i famosi colloqui con il Dalai Lama in seguito all’invasione del 1950, è stato arrestato e spedito nella «terribile prigione» pechinese di Qingcheng nel 1958 durante una campagna volta a scovare i «controrivoluzionari di destra». Nel 1959 il Dalai Lama sarebbe stato costretto a fuggire dalla capitale Lhasa, mentre la Cina trasformava il Tibet in un «inferno».
Nel 1978 Wangyal fu riabilitato per passare il resto della sua vita a Pechino, dove è morto ieri per una malattia ai reni.

IL RICORDO DEL DALAI LAMA. Come ha scritto il Dalai Lama, «nonostante Wangyal sostenesse fermamente gli ideali comunisti, le autorità cinesi hanno considerato sotto una luce negativa il suo impegno per il mantenimento dell’identità tibetana e per questo ha dovuto passare 18 anni in prigione. Lui è rimasto imperterrito e anche dopo che si è ritirato ha continuato a preoccuparsi dei diritti e del benessere del popolo tibetano, sollevando il problema con la leadership cinese ogni volta che ne ha avuta l’occasione».

LA PRIGIONIA. Come ha scritto il suo biografo, Wangyal riteneva la prigionia una fortuna, anche se patì «abusi indescrivibili», perché questa gli permise di evitare gli anni terribili della Rivoluzione Culturale. La stessa sorte di Wangyal furono costretti a subire sua moglie, che morì in carcere, e i suoi figli. Anche il fratello minore fu rinchiuso a Qincheng per 16 anni.
Prima di morire Wangyal ha rifiutato la presidenza della Regione tibetana autonoma e ha scritto diverse lettere all’ex presidente della Cina Hu Jintao, chiedendogli di riammettere in Tibet il Dalai Lama e di non commettere abusi sulla popolazione tibetana con la scusa di condurre una campagna «contro il separatismo».

IL SILENZIO DEL PARTITO. Il Dalai Lama ha parlato di lui come di «un caro amico, un vero comunista motivato da un amore sincero per gli interessi del popolo tibetano». Nessun commento, invece, è giunto dalla leadership del partito comunista cinese che in Tibet sta attuando una politica di «genocidio culturale» attraverso l’educazione patriottica, che ha già spinto 130 tibetani a darsi fuoco dal 2009 per protestare contro il regime.

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