Cina. Che cosa serve perché il partito comunista accetti una religione? «Deve sinizzarsi»

Zhang Chunxian, leader del partito comunista in una provincia cinese importante come lo Xinjiang, ha “invitato” domenica circa 700 leader religiosi di comunità musulmane, buddiste e cristiane per spiegare loro come «possono svilupparsi in un modo normale e sano» secondo i desiderata del regime.

«RELIGIONI DEVONO SINIZZARSI». Tutte le religioni, secondo Zhang, devono diventare cinesi, cioè «sinizzarsi», lottare insieme al partito per la costruzione del socialismo cinese e promuovere «lo sviluppo economico, l’armonia sociale, l’unità etnica e l’unificazione del paese». È necessario insomma che le religioni «si immergano nella cultura cinese» promossa dal governo, riporta il South China Morning Post.

«RESISTERE AL SEPARATISMO». Per questo, in un’ottica di amore per la «madrepatria», tutte le religione devono «devotamente resistere contro il separatismo, l’estremismo religioso e le attività religiose illegali». Questo concetto, che può sembrare fumoso, vale per i musulmani, che «devono condannare gli atti di violenza nel nome dell’islam», ma anche per i cristiani, che non devono protestare quando il governo distrugge centinaia di croci e chiese, come nella provincia di Zhejiang.

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«PRIMA CITTADINI». In generale, tutti «devono capire che c’è una battaglia politica fondamentale tra noi e l’estremismo religioso e non c’è spazio per il negoziato». I leader devono per questo comunicare ai loro fedeli che «bisogna prima essere cittadini della nazione» e solo dopo credenti. Perché «solo quando una persona è un buon cittadino, può anche essere un buon fedele».

UIGURI. Il discorso del leader del partito dello Xinjiang è ovviamente rivolto agli uiguri, ma non solo. L’etnia uigura è composta da nove milioni di persone turcofone, in prevalenza di religione musulmana, che vivono nella turbolenta provincia settentrionale. Nonostante il partito comunista riconosca sulla carta a questa etnia libertà religiosa e autonomia rispetto al governo centrale, nei fatti mette in atto da anni una durissima repressione, che ha anche portato all’esasperazione le frange più estreme.

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PROPAGANDA. Pechino ha inviato nella regione 1,2 milioni di cinesi di etnia han perché l’etnia uigura scomparisse o perlomeno diventasse minoritaria. Ha poi imposto pesanti restrizioni alla libertà religiosa, alla pratica musulmana, all’insegnamento della lingua e della cultura locale, alla libertà di associazione ed espressione. Pechino giustifica queste misure citando le rivolte del 2009, quando davanti alle proteste della popolazione per la repressione comunista la polizia uccise a sangue freddo circa 200 persone. Agli uiguri è stato attribuito l’attentato alla stazione ferroviaria di Kunming, dove sono state uccise 29 persone, e l’esplosione di un suv in piazza Tienanmen, che ha fatto altre tre vittime.
Per questo ultimo attacco, è stato condannato all’ergastolo anche il professore universitario Ilham Tohti, che ha sempre negato ogni implicazione, e sono stati rinviati a processo sette suoi studenti universitari. Inoltre, per scoraggiare ogni tipo di protesta, il partito comunista è tornato a realizzare esecuzioni di massa per crimini comuni allo stadio davanti a migliaia di spettatori uiguri (costretti a partecipare). Nei poster di propaganda, gli uiguri sono spesso paragonati a ratti o serpenti velenosi.

ERIGERE CROCI. Anche i cristiani però sono avvisati. Per i vescovi cattolici, ad esempio, è sufficiente obbedire al Papa, e non al partito, per essere accusati di separatismo e di combutta con le «forze straniere ostili» che cercano di «distruggere» la Cina. Al pari dei cattolici, anche i protestanti hanno le loro gatte da pelare: ormai basta «erigere una croce sul tetto di una chiesa» per compiere una «irregolarità» e tradire «l’avanzamento scientifico nel design degli edifici religiosi». Anche pregare in luoghi e gruppi non autorizzati dal partito è vietato.

Foto Zhang Ansa


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