La Cina che “apre” alla tolleranza verso le religioni è come il Papa che “apre” all’aborto. Perché non c’è da fidarsi

La Cina si prepara ad essere più tollerante con le religioni? È quanto annunciato due giorni fa dall’agenzia Reuters, secondo cui il segretario del partito comunista Xi Jinping, contrariato dalla mancanza di valori della società cinese e dall’ossessione dei cittadini per il denaro, vorrebbe essere «più tollerante» verso le religioni tradizionali, cioè confucianesimo, buddismo e taoismo.

RELIGIONE CONTRO CORRUZIONE. I giornali hanno subito ripreso la notizia parlando del nuovo corso di una Cina più aperta e libera ma c’è più di un motivo per restare dubbiosi. Di sicuro, il crescente materialismo causato dalla fede comunista (ricordiamo il motto «Arricchirsi è giusto» degli anni 80) ha peggiorato il fenomeno della corruzione che Xi vuole combattere. Negli ultimi cinque anni 660 mila ufficiali di Partito sono stati sanzionati per corruzione in Cina. Di questi, però, solo 24 mila sono stati condannati nonostante gli sforzi promessi ogni anno dai leader comunisti per sconfiggere la corruzione. Come Xi ha dichiarato quando è stato nominato nuovo segretario generale «la corruzione produrrà come unico risultato la fine del Partito e dello Stato».

I FALLIMENTI PRECEDENTI. Restano però dei dubbi sulla “svolta spirituale” del leader comunista. Come riporta anche AsiaNews, da anni il governo sovvenziona le attività di confuciani e buddisti. «Nel 2002 Pechino ha stanziato ben 10 miliardi di dollari per finanziare il revival dell’antico saggio cinese – scrive Bernardo Cervellera – Ma non sembra vi siano stati buoni effetti». Nel giugno 2012 tutti i funzionari del partito hanno dovuto leggere un set di quattro volumi intitolato “Studio sull’integrità morale dei funzionari nella Cina antica e contemporanea” ma non è cambiato niente. Come dichiarato dallo storico Zhang Lifan: «Hanno provato a celebrare il marxismo, ma non ha funzionato, hanno provato a celebrare il Confucianesimo, ma non ha funzionato neanche quello».

TOLLERANZA A DOPPIO FINE? Essere «più tolleranti» verso buddismo, confucianesimo e taoismo potrebbe in realtà avere un doppio fine. Le ultime due religioni invitano a obbedire sempre e comunque all’autorità e sponsorizzarle sarebbe quindi un modo perché il partito comunista si mantenga più saldo al potere. Quanto al buddismo, l’attivista Hu Jia fa notare: «I buddisti accettano il loro destino e per la loro situazione danno la colpa alle loro azioni malvagie compiute nella vita precedente». Sarebbe dunque inutile protestare contro il partito per le ingiustizie, l’inquinamento, gli arresti arbitrari, i sequestri delle case, eccetera. Tra le religioni tradizionali, infine, non è contemplato il cattolicesimo che pure, fa notare ancora AsiaNews, è penetrato in Cina pochi secoli dopo il buddismo. Se l’obiettivo è diffondere la spiritualità, perché concedere libertà ad alcune religioni continuando a perseguitarne altre?

CONTA SOLO LA STABILITÀ. In ultima analisi, se è interessante il legame che Xi avrebbe fatto tra mancanza di moralità e assenza di spiritualità, resta da capire che cosa significa «più tolleranza»: tutte le religioni ufficiali, infatti, sono controllate rigidamente dallo Stato, che le permette fino a quando giovano alla «stabilità» del partito. Prima di esultare, parlando di una maggiore tolleranza verso le religioni, bisognerebbe quindi aspettare una effettiva diminuzione della persecuzione da parte del regime.

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