Chiesa e schiavitù, impariamo a non essere schematici

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In un recente intervento, il senatore Maurizio Lupi ha difeso il suo voto di fiducia al governo Renzi sulla legge che ha istituito le unioni civili facendo appello al principio del male minore e dell’”azione prudenziale”. Non sono d’accordo col suo ragionamento, per le ragioni che Tempi e altre testate di informazione hanno lungamente illustrato in queste settimane. Ma non è di questo che qui voglio trattare. La mia attenzione è stata attirata da un passaggio nel quale Lupi evoca l’atteggiamento di san Paolo nei confronti della schiavitù per giustificare la linea generale da lui seguita nell’azione politica e specificamente al momento del voto parlamentare nell’ultima occasione: «I princìpi, se non vogliamo che restino eterei ma informino di sé la vita e la società, devono inserirsi nella realtà storica in cui si vive. In base al principio, che ben conosceva, della dignità e dell’unicità della persona umana, san Paolo –secondo certi maître-à-penser odierni- dovrebbe essere affidato alla damnatio memoriae perché non ha denunciato la schiavitù ma solo chiesto al suo amico Filemone di trattare lo schiavo che gli mandava non come uno schiavo ma come fratello».

Il senatore pensava di chiarire le cose con questo esempio, ma in realtà le ha di molto complicate, perché la storia del rapporto fra cristianesimo e istituzione legale della schiavitù è argomento quanto mai scivoloso. Sintetizzarlo nell’esortazione paolina a Filemone di trattare il suo schiavo come un fratello come primo passo in vista di tempi più maturi, quando si sarebbe potuto procedere all’abolizione formale dell’istituto schiavista grazie all’avvenuta conversione evangelica dei cuori, è un po’ troppo approssimativo. In realtà Paolo, come tutti i suoi contemporanei, non aveva obiezioni nei confronti della schiavitù come istituzione. In almeno sette passaggi di altrettante sue lettere canoniche esorta gli schiavi a restare sottomessi ai padroni. Nella lettera a Tito, per esempio, scrive: «Esorta gli schiavi a essere sottomessi ai loro padroni in tutto; li accontentino e non li contraddicano, non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore». Ai padroni degli schiavi Paolo chiede di essere gentili, di trattare con giustizia i loro sottoposti. Ma non è questo il contenuto qualificante della posizione di Paolo. La rivoluzione, riguardante anche gli schiavi, che da subito il cristianesimo ha portato è stata quella dell’affermazione dell’uguale dignità degli uomini a prescindere dalla loro condizione sociale: con la conversione al cristianesimo cambia la coscienza che lo schiavo ha di sé, da quel momento sa di valere tanto quanto il suo padrone, perché Cristo, cioè Dio fatto uomo, è morto anche per lui. Lui per primo prende coscienza della sua dignità; e se il suo padrone si converte, anche lui ne diventa cosciente: «Lo schiavo che è stato chiamato nel Signore è un uomo libero, a servizio del Signore!» (1Cor 7,22).

Il cristianesimo ha gettato le basi culturali e psicologiche dell’abolizione della schiavitù, in molti momenti storici ha contribuito alla liberazione degli schiavi, ma fino a tempi recenti ha continuato a giustificare in linea di principio l’istituzione. Si legge nell’Instructio 1293 di Pio IX, redatta nel 1866: «La servitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti diritti alla servitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento…Non è contrario alla legge naturale e divina che un servo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato. Il venditore dovrebbe chiaramente esaminare se il servo messo in vendita sia stato giustamente o ingiustamente privato della sua libertà e che il compratore non possa fare nulla che potrebbe danneggiare la vita, la virtù o la fede cattolica del servo». Nella Roma dei papi rinascimentali circolavano schiavi di proprietà dei nobili romani. In un libro di Anna Esposito scopriamo un certo «reverendus pater Iohannes Petrus de Riciis», chierico di Messina, nell’agosto del 1523 vendeva al nobile romano «Bartholomeus de Valle» due suoi schiavi negri, un uomo di nome Blasio e una donna di nome Margherita, da lui precedentemente acquistati per 82 ducati d’oro. 

Nello stesso periodo il cardinale di Senigallia Marco Vigerio della Rovere risultava aver preso al suo servizio «Madalena ungara alias serva». E si trattava del pronipote di papa Sisto IV. Pochi anni dopo papa Paolo III emette la bolla Sublimis Deus (1537) nella quale si afferma esplicitamente che gli indigeni del Nuovo Mondo, essendo esseri razionali, hanno diritto alla libertà e alla proprietà. Dopo di allora bolle e pronunciamenti pontifici hanno condannato l’istituzione schiavistica, che però era largamente praticata nelle colonie sia dai cattolici che dai protestanti. Nel XVII e XVIII secolo si registra il curioso fenomeno di missionari cappuccini e gesuiti che possedevano schiavi e di altri missionari, spesso dello stesso ordine, che protestano e li denunciano a Propaganda Fide, l’attuale Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Grandi missionari del XIX secolo, come Daniele Comboni e il cardinal Lavigerie, si faranno conoscere soprattutto per il loro impegno nella liberazione degli schiavi.

Infine nel Codice di diritto canonico del 1917 punisce la schiavitù includendola nei delitti “contro la vita, la libertà, la proprietà, la buona fama e i buoni costumi”.

Perché questa digressione storica sui rapporti fra la Chiesa e la schiavitù? Perché abbiamo tutti bisogno di imparare a non esser schematici, e a capire bene che cosa intendiamo quando parliamo di storicità dei valori e del cristianesimo. E soprattutto abbiamo bisogno di non idealizzare nessuna epoca storica nella quale i cristiani sono vissuti, fosse pure quella dei primi cristiani. Quando ero adolescente, nei gruppi cattolici andava molto di moda idealizzare il Medio Evo, e molti si proponevano di affrontare i problemi della contemporaneità con lo spirito e lo stile della cristianità medievale. Oggi noto intorno a me una sorta di “salafismo cristiano”, un’esaltazione del cristianesimo delle origini e dello stile di vita, di presenza e di testimonianza dei primi cristiani. I salafiti sono quei musulmani che propongono all’intera Umma islamica di tornare a vivere, sotto tutti i punti di vista, come si viveva ai tempi di Maometto. Le conseguenze della loro predicazione, e dei tentativi di passare dalle parole ai fatti, sono sotto gli occhi di tutti. Il ritorno dei cristiani ai modi dei primissimi cristiani avrebbe esiti certamente meno cruenti, ma ugualmente problematici. Sarebbe anzitutto un anacronismo, perché nessun tempo storico è uguale a un altro, e il tempo attuale è lontanissimo da tutti i punti di vista da quello dei primi secoli successivi all’Epifania di Cristo. Anche qui viene in mente un riferimento islamico: Sayyd Qutb, esponente dei Fratelli Musulmani egiziani, che negli anni Sessanta teorizzò che la sua epoca coincideva con un ritorno della jahiliyya, l’epoca dell’ignoranza religiosa precedente all’apparizione dell’islam. Qutb è considerato l’ispiratore del jihadismo contemporaneo, e fu impiccato dal regime egiziano nel 1966.

Io credo che l’insegnamento che viene dalla storia dei rapporti fra Chiesa e schiavitù istituzionalizzata è che il condizionamento dei tempi non è un condizionamento esterno, che i cristiani di epoca in epoca gestiscono con maggiore o minore intelligenza. No: è un condizionamento interno. Il mondo ci permea internamente. Come disse mons. Luigi Giussani a proposito della mentalità corrente, «Non dobbiamo dimenticarci che questa “mentalità corrente” non esiste solo al di fuori di noi, ma ci permea fin nel profondo». Compito del cristiano è riconoscerla e contrastarla dentro e fuori di sé, pur sapendo che non potrà mai liberarsene: se non c’è riuscito san Paolo, figuriamoci noi. E tuttavia col Battesimo il cristiano viene incorporato a Cristo e partecipa dei suoi tre uffici: sacerdotale, profetico e regale. La funzione profetica implica la lotta costante con la mentalità del mondo che ci permea, in modo diverso a seconda delle epoche. Se non si pratica questa ascesi, succede che l’azione del cristiano nel mondo si traduce non in un’incarnazione dei valori evangelici in uno specifico contesto storico, ma in uno scendere a compromessi. Che è tutt’altra cosa.

Foto da Shutterstock

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