Chi dice che la pace interiore sia la soluzione ai problemi?

«I’ fui nel mondo vergine sorella» (Paradiso, canto III)

«Carissimi amici, come sapete il 15 di questo mese entrerò in monastero». Non è frequente ricevere una mail che comincia così. L’ho letta mentre attorno a me i figli litigavano e il telefono trillava messaggi su questioni lavorative irrisolte. Cosicché, il primo istintivo pensiero è stato: «Aspettami, che vengo anch’io». Perché c’è, in fondo, quel pregiudizio sulla vita monacale come quieto estraniamento dal mondo. Una deriva zen, la definirei. Come se chi entra in convento avesse aderito a una proposta simile a quelle locandine appese ai muri, tipo: «Vuoi ritrovare la tua pace interiore?» oppure «Recupera l’equilibrio tra corpo e mente!».

Sono grandi abbagli, sia l’idea del monastero come luogo di quiete inerte, sia il mito della pace interiore. E chi dice che l’equilibrio sia una soluzione ai nostri problemi? Quando sono in equilibrio, le cose stanno immobili. È questa la nostra ambizione, un’amorfa – cadaverica, direi – serenità? Noi umani, rassegniamoci e rallegriamocene, non siamo persone normali. Siamo squilibrati; perché partecipiamo di una doppia natura, carnale e spirituale; siamo materia mortale con esigenze immortali. Una struttura del genere regge solo quando è sbilanciata. E la si sostiene a forza di spinte; bisogna spingersi a scelte coraggiose.

Prendere i voti è una roba da matti, dicono in molti e c’azzeccano (anche se lo dicono in tono irrisorio): solo un folle può trattare la carne con la misura dello spirito, e chiedere all’imperfetta, umorale corporeità di stare al passo con l’anima che brama amore e compiutezza infiniti. Dunque, dopo quell’istintivo pensiero stupido, è subentrato in me il barlume di un ringraziamento. Mi sono sentita protetta, sì, come gli abitanti di un paese sotto attacco, che vedono i propri soldati all’erta nelle trincee. Qualcuno, apparentemente sottraendosi al mondo, combatte dalla prima linea la battaglia di noi tutti: quella contro l’ignavia e contro ogni riduzione utilitaristica e ideologizzata del nostro io. Si tratta di infermieri e infermiere che, orando et laborando, curano il manicomio della comunità umana.

Nel libro Le libere donne di Magliano il dottor Mario Tobino raccoglie le memorie del manicomio femminile in cui lavorava. Ad accudire le malate nei loro deliri, nei loro umani bisogni, c’erano le suore: «Alle quattro del mattino odo la campanella che echeggia nell’appartamento delle suore. È l’ora notturna che le suore si svegliano e cominciano la loro giornata di lavoro e di preghiera. In pochi minuti la Regola le fa vestire tutte insieme, ventiquattro, col vastissimo cappello bianco inamidato. (…). Una mattina ho assistito alla loro Messa, sola testa nuda e piena di peccati, tra il mare ondeggiante di tele inamidate. Quando fecero la comunione furono come guerrieri delle Crociate e mi si empiva l’anima di stupefatta commozione. Conoscevo il lavoro delle suore, continuo e di un’amarezza senza pari, conoscevo il loro coraggio di affrontare pazze violente nelle membra (…) conoscevo bene suor Giacinta, abituata a combattere gli sputi e gli insulti, e quella mattina la vedevo appena di profilo inginocchiata con le altre, una piccola colomba, una creatura senza peso, sorridente nella preghiera, linda e felice».

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