Che pena tutti quei grandi chef che aspettano le stelle (di gomma) Michelin per sapere se sono bravi

Ok, sono uscite le stelle. Va beh, in cielo ci sono da milioni di anni, qual è la novità? Eppure no, tutti gli anni arrivano le stelle in terra. Quelle dell’illustre, intoccabile Guida Michelin, la bibbia rossa (o almeno, aspirante tale) della ristorazione mondiale.

Tutti gli anni, almeno in Italia, sempre la stessa minestra: la Michelin in questo periodo presenta se stessa. Ossia, le stelle. Non dopo non aver fatto come una bella figa: ad alcuni le ha “promesse”, spesso non accontentandoli. E la cosa grave è che spesso costoro se la prendono, perché ci credevano.

Cos’ha fatto sì che la ristorazione diventasse questo? Ristoratori che rincorrono una stelletta di carta, anzi di gomma? Un maligno potrebbe a questo punto sostenere che dopo l’ambìto riconoscimento di solito il cuoco alza i prezzi, di un bel 20 per cento. Ma a noi la malignità non appartiene…

La solfa è sempre quella: un androne pieno di curiosi di ogni genere e foggia, tutti convocati, al segnale convenuto, per orecchiare l’improcrastinabile oracolo, come se si trattasse del sorteggio calcistico della Champions League. Tutti prosternati alla Bibbia, come solitamente si genuflettono allo chef fashion di turno. Pure su facebook e dintorni, pare una sorta di finalissima dell’indimenticato “Lecchino d’oro” ideato dai ragazzacci di Cuore: bene, bravi, bis, ma quanto siete belli, quanto siete fighi, quanto siete fenomenali. E tutto per una guida che tratta l’Italia come una nazione di paria gastronomici: confrontate il numero delle mitiche “stelle” della sola Parigi con quelle di Roma. Anzi, di tutto il nostro paese.

Ok, avremo un altro tre stelle. E allora? Niko Romito, un attimo prima delle tre stelle, cucinava forse peggio? C’è bisogno della Michelin per capire che si tratta di un gigante del fornello? A quanto pare, sì. Ma il problema non è neanche della Michelin. Loro fanno un prodotto, probabilmente discutibile (come ogni cosa al mondo, se è lecito avere opinioni), ma lo fanno. Lo vendono. Il problema, come sempre, non è chi vende ma chi compra. O meglio, l’atteggiamento, la predisposizione con cui lo compra.

La Michelin ha potuto sedimentarsi nell’immaginario collettivo perché è stata la prima. E sempre lo sarà. Anche quando, negli anni scorsi, a volte dimenticava di togliere ristoranti chiusi dalle sue pagine. Così, diventa un oracolo. Abbiamo sentito ristoratori dire più volte: «La Michelin è l’unica guida autorevole». Salvo poi cambiare precipitosamente idea quando venivano orbati di una stella. Tutto è relativo dunque? E allora, lasciateci pensare a una ristorazione senza stelle. Di gomma.

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