Che cosa mangiava Luca Parmitano mentre viaggiava tra le stelle? Possiamo portare le lasagne su Marte?

Quanto ci vuole a preparare il pranzo della domenica? Probabilmente mezza giornata per una mamma puntigliosa, molto meno per un cuoco provetto. Eppure Davide Scabin, chef stellato Michelin, ha sudato per un anno e mezzo prima di mettere a punto un menù completo.

Il suo lavoro, infatti, era un po’ più difficile del nostro. Argotec, un’azienda torinese, giovanissima (sia come data di fondazione che come età media dei dipendenti), gli ha assegnato l’arduo compito di preparare dei pranzi un po’ speciali. Erano i pranzi per Luca Parmitano, l’astronauta italiano da poco rientrato dalla sua missione sulla Stazione Spaziale Internazionale. Doveva essere cibo stabile e sterile, possibilmente deidratato e reidratabile, capace di sopravvivere al viaggio e alla permanenza di mesi sulla stazione spaziale senza essere refrigerato e senza usare conservanti. Facile da mangiare, facile da preparare, facile da aprire, senza particelle che potessero disperdersi per la navicella. Possibilmente, buono.

Se vi siete immaginati dei tubetti stile concentrato di pomodoro o delle misere scatolette, vi siete sbagliati di grosso. Il menù di Parmitano comprendeva comode bustine con lasagne, risotto, caponata, parmigiana di melanzane e, dulcis in fundo, tiramisù. Non tutti i giorni: si trattava del “bonus food” per i momenti speciali, come i compleanni o la domenica. Serve a tenere alto il morale e a creare momenti di convivialità e relax negli angusti ambienti che l’Iss può offrire. Il resto del tempo, solo cibo americano fornito dalla Nasa.

Dopo che Parmitano ha visto le sue scorte finire prestissimo per la golosità sua e dei suoi compagni, Argotec, che, onorando l’Italia, già si occupava della loro formazione, ha ottenuto il compito di mettere a punto il “bonus food” per tutti gli astronauti europei, dando così vita a tecnologie che, dopo tanti investimenti, potrebbero avere mirabolanti applicazioni anche sulla Terra.

È questo il futuro? Possiamo portare le lasagne su Marte? Possiamo creare delle colonie e inviare ogni mese rifornimenti di prelibatezze italiane? In realtà, per varie ragioni, tra cui i costi (spedire un chilo all’Iss costa circa 20 mila dollari) e le distanze (solo arrivare su Marte richiede quasi un anno), il modello delle “spedizioni” non è pienamente sostenibile. Perché non produrre quindi il cibo direttamente in orbita?

Ci stiamo già lavorando: sulla Stazione Spaziale Internazionale gli esperimenti con le piantine procedono ed il prossimo passo sarà far “crescere” il cibo direttamente nello spazio. Perché addentare un bel pomodoro appena raccolto non diventi, in un futuro ipotetico, un privilegio dei soli abitanti della Terra.

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