I cavernicoli che incisero il loro stupore su pietra

«Salimmo sù, el primo e io secondo, /tanto ch’i’ vidi de le cose belle/ che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo» (Inferno, canto XXXIV)

Con buona pace dell’orsa Daniza, il primo animale verso cui l’uomo dimostrò una premurosa attenzione pare sia stato un cinghiale. Che non è esattamente il tipico animale «carino e coccoloso», per usare la felice espressione dei pinguini di Madagascar. Eppure, circa 40 mila anni fa, in Indonesia qualcuno – più uomo che scimmia – lo ritenne una bestiola così interessante da disegnarla. La rivista Nature ha, infatti, pubblicato il contributo di un’equipe di archeologi australiani che hanno studiato le pitture rupestri presenti sull’isola indonesiana di Sulawesi. Col supporto di un metodo scientifico più accurato dei precedenti, basato sul decadimento dell’uranio, la collocazione temporale di quei disegni (scoperti negli anni Cinquanta) è stata retrodatata, dimostrando che sono tra le testimonianze artistiche più antiche.

Mani e cinghiali, sono questi i soggetti che i cavernicoli schizzarono. Dapprima appoggiarono i propri palmi alla parete e ne delinearono il profilo, proprio come fanno i nostri bambini su un foglio bianco coi pennarelli. Più tardi disegnarono un babirussa, una specie di cinghiale che evidentemente incrociavano durante la caccia. Non è impressionante? Prima le proprie mani, ovvero: la coscienza di sé come creatura operativa, capace di fare e toccare. E poi la vita circostante: un’osservazione meravigliata delle forme e il desiderio di riprodurre quelle più strane… le grosse corna e i musi allungati.

Chi avanza dubbi sull’esaustività della teoria darwiniana viene spesso scambiato per uno che preferisce le favolette alla nuda realtà. Personalmente, devo ringraziare il signor Chesterton per avermi fatto ribaltare i termini della questione: chi si affida completamente a una spiegazione meramente evoluzionistica è carente di ragione. Perché quel che accadde a un certo punto dentro quelle grotte è qualcosa di straordinario. Le pitture rupestri sono lo specchio più sincero della nostra umanità: «L’arte è la firma infalsificabile dell’essere umano», sintetizza Chesterton ne L’uomo eterno. E aggiunge, con un paradosso fulminante: «Dire che l’uomo più primitivo disegnava figure di scimmia è dire un’ovvietà; dire che la più intelligente delle scimmie disegnava figure di uomini è uno scherzo».

In quelle grotte dipinte ci sono le tracce di un gigantesco salto di qualità, eclatante quanto un fuoco d’artificio e non meccanico come un anello mancante. Non del tutto mancante, comunque, se oltre alla scienza diamo credito alla poesia. Dante, a modo suo, visse su di sé l’esperienza dell’uomo primitivo; scendendo all’inferno regredì allo stato di bestia, per poi avviarsi a recuperare la sua umanità. Giunto in fondo all’abisso, il poeta risale pian piano con Virgilio per ritornare sulla terra. E, mentre è ancora nell’antro infernale, intravede il luminoso mondo esterno da un «pertugio tondo»; a quel punto, la sua voce nella grotta disegna qualcosa di inaudito: dice che il cielo gli «porta delle cose belle», le stelle. E quale animale sarebbe capace di definire la realtà come un dono che il cielo porta ai viventi? Ecco cos’è un disegno su una parete, il vagito di una creatura nuova capace di incidere lo stupore su pietra.

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