Casamonica. Il parroco: «Ma dovevo arrestarlo io?»


Dopo l’incredibile messinscena seguita ai funerali di Vittorio Casamonica, don Giancarlo Manieri, il parroco che ha officiato il rito nella chiesa di Don Bosco a Roma, ha scritto sul sito della parrocchia per spiegare il suo comportamento e il suo punto di vista. 

Molte le e-mail pervenutemi sul funerale al boss dei Casamonica. Alcune con domande altre con insulti… Provo a dire la mia.

Credo di aver fatto solo il mio dovere. Sono un prete, non un poliziotto e nemmeno un giudice. Se una persona viene da me chiedendo di confessarsi, lo confesso; se un’altra si accosta alla comunione gli porgo l’ostia, non gli chiedo la fedina penale, se un signore mi chiede di celebrare il funerale di un suo congiunto lo celebro; non è scritto da nessuna parte che debba indagare chi è, tanto più che l’addetto di sagrestia, compilando il foglio per il funerale, sotto dettatura della persona venuta a prenotarlo, alla voce “notizie che si desidera tenere presenti nella celebrazione eucaristica” ha scritto: “ praticante cattolico”.

Personalmente non conoscevo il nome del boss dei Casamonica per me poteva essere il più lontano dei parenti.

Tanto per rispondere a certe insinuazioni sui soldi. “Quanto devo?”. “Può fare un’offerta, se vuole”. L’offerta è stata di € 50,00 (cinquanta non cinquemila). Molti colleghi giornalisti hanno insistito per sapere quello che è successo in chiesa. Nulla è successo. Quando sono arrivati con circa tre quarti d’ora di ritardo sull’orario, [e solo allora ho saputo della carrozza con relativo contorno e anche dell’identità del defunto], sono entrati in chiesa. Un po’ di confusione c’è stata, come sempre, ma esortati a prendere posto (erano circa quattro o cinquecento persone) hanno immediatamente obbedito, in perfetto ordine e silenzio.

Hanno seguito la cerimonia, alcuni si sono confessati, molti hanno fatto la comunione e molti hanno risposto alle preghiere della messa, ben più numerosi di altri in altre consimili occasioni.

Predica… Avevo sottomano, come sempre, qualche semplice appunto. Nei sette o otto minuti di omelia ho ribadito il concetto che la morte è la compagna inseparabile di tutta la nostra esistenza: addii e malattie, dolori e delusioni, distacchi forzati, rovesci affettivi, improvvise tragedie ne sono i segni premonitori. La morte tuttavia resta per l’uomo un mistero profondo, un mistero che perfino i non credenti circondano di rispetto. Ebbene, essere cristiani cambia qualcosa nel modo di considerare la morte e affrontarla? Sì, certo! Poiché per il cristiano la morte è, secondo l’espressione diventata famosa di san Francesco di Assisi, “sorella”, sorella morte: non è cioè il risultato di un gioco tragico e ineluttabile da affrontare con freddezza, e nemmeno con disperazione. La morte del cristiano è nel solco della morte di Cristo… L’icona è questa: un Padre/Dio che al di là della soglia ci attende con le braccia spalancate nel gesto dell’accoglienza. In definitiva per il cristiano la morte è una vittoria vestita da sconfitta.

Molti mi hanno rimproverato di non aver bloccato il funerale a un boss che ne ha combinate più che Bertoldo. Ma se era così fuori norma, perché mai era a piede libero? Hanno aspettato la sua morte sperando che lo… “arrestasse” il parroco? Mio dovere è distribuire misericordia, m’insegna Papa Francesco. Ed è quello faccio.

Quanto al paragone con Welby non è non congruo. In quel caso è intervenuto il Vicario del Papa, assumendosene la responsabilità e ordinando al parroco di non celebrare il funerale. Welby, se non vado errato, era non più considerato cattolico. A me nessuno ha detto nulla. Pregare per un morto, chiunque esso sia, non è proibito. Anche per Welby, del resto, i salesiani hanno pregato e molto e la chiesa è rimasta aperta tutto il giorno.

Parce sepulto, dicevano gli antichi romani (cfr Virgilio, Eneide III, 41), che pure non erano così teneri con chi rompeva loro le scatole. Oggi pare non sia più di moda. Pazienza!!!


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