Caro Magdi Allam, la Chiesa, per fortuna, non è un partito che realizza programmi

Torno a scrivere di un antieroe, ma mai come questa volta è un dispiacere. Nutro troppa stima nei confronti di Magdi Allam per etichettare la sua scelta con una critica superficiale o, come tanti stanno facendo in queste ore, con qualche stupido twit ironico. Lo devo al suo coraggio, alla sua onestà intellettuale, alla sua lucidità di giudizio.

Mi convinse e mi commosse profondamente la lettera con cui annunciava, sul Corriere della Sera di cui era vicedirettore, le ragioni di quella conversione alla Chiesa cattolica sancita nella bellissima notte del 22 maggio 2008, quando Benedetto XVI lo battezzò (nonostante qualche velata opposizione interna alla Curia), al fianco del suo padrino Maurizio Lupi. Del Gesù annunciato e custodito dalla Chiesa cattolica aveva scoperto, grazie al grande Papa, la profonda ragionevolezza. Ringraziò tante persone, da alti prelati a semplici sacerdoti, ma soprattutto fu grato a Ratzinger per la sua testimonianza di un Dio che non poteva essere contro la ragione, né poteva, al contempo, non essere contro la violenza che tanto islamismo continuava invece a propugnare proprio in nome di Dio.

Per questa ragione, stamattina, ho accolto con triste sconcerto la sua scelta di abbandonare la Chiesa, annunciata con un editoriale sul Giornale. Tristezza e sconcerto che però, data la stima, non mi hanno impedito di vagliare con attenzione, e senza pregiudizi, le ragioni da lui espresse. E anche in questo caso, come in altri, vi ho scorto ragionevolezza e lucidità. Concordo con lui sull’effetto “papalatria” che ha salutato l’avvento di papa Francesco, quasi a voler rimuovere in fretta il coraggioso pontificato di papa Ratzinger (si tratta, in effetti, di un clima mediatico che impedisce di vedere la profonda continuità tra i due pontefici in Cristo). Anch’io, come Magdi, ritengo che un malinteso senso di ecumenismo si avvicini troppo a un certo buonismo relativista che tutto perdona e tutto accetta senza passare dal vaglio della ragione. Non condivido, però, il suo giudizio sulla natura “fisiologica” di tale impostazione.

Ma questo, che è pur discutibile, conta poco. Almeno non quanto il suo concepire la Chiesa come fosse un partito politico, al quale si accorda una fiducia perché possa realizzare un proprio programma, salvo poi togliere quella fiducia in caso contrario.

È la più grande tentazione di ogni cristiano. Da sempre. Era quella di Giuda: misurare Gesù (e la sua Chiesa) in base alla sua capacità di rispondenza alle proprie aspettative (“ma poi passavano i giorni e il regno suo non veniva”, ha cantato straordinariamente Claudio Chieffo). Mi corrono alla mente le parole commosse e dispiaciute con cui don Luigi Giussani salutava la scelta di quanti avevano abbandonato la sua proposta educativa per rispondere alle sirene del movimentismo sessantottino, il quale prometteva di realizzare quello slancio di autenticità e rinnovamento che lui stesso stava stimolando nella Chiesa. Giussani ricordava ciò che era in ballo. “Non hanno capito il cuore della questione” diceva, con il dispiacere dipinto in volto. E il cuore della questione (del movimento e della Chiesa tutta) era, ed è, Gesù. Se sia lui, o meno, Colui che salva il mondo, che lo abbraccia tutto anche nel suo male, che dal male lo libera. Se la Chiesa sia, o meno, l’incontro con una bellezza che rinnova l’istante presente o una promessa programmatica per un futuro migliore.

Mi spiace per Magdi Allam e le sue ragioni, le quali, in questo modo, finiscono per essere uguali e contrarie a quelle che egli stesso combatte. La sua radicalità anti islamica e identitaria è solo un’altra faccia della mentalità buonista. Entrambe, in fondo, chiedono alla Chiesa la stessa cosa: realizzare una loro idea, non se stessa. Senza stupirsi di ciò che la Chiesa è, solitamente qualcosa di meglio di ciò che è nella loro testa e in quella di ciascuno di noi. È proprio vero che le ideologie, anche quando appaiono opposte, finiscono inevitabilmente per essere sorelle. E che ogni scelta ideologica, alla fine, finisce per essere delusa. Fisiologicamente.

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