Cari animalisti, a Pasqua non c’è niente di meglio di un bell’agnello. Arrosto

I Santi Innocenti, ossia i bambini trucidati in Giudea da re Erode il Grande nella speranza che Gesù, re dei Giudei secondo le profezie, fosse tra loro, si festeggiano il 28 dicembre. O meglio, si festeggiavano. Il calendario liturgico è obsoleto, probabilmente. Pare molto più vivace il calendario animalista-sentimental-umorale. Ma che innocenti, ma che Erode. I veri assassini siamo noi. Noi che a Pasqua mangiamo l’agnello, e a volte pure il capretto. Una colpa quasi imperdonabile, qualcosa di meno dell’Olocausto e della Seconda Guerra Mondiale. I giudici in questo caso sono gli animalisti più integrali, quelli capaci di plaudire con fragore all’aborto libero e di invocare la pena di morte per gli stupratori, e viceversa scandalizzati, quando non lacrimanti, per una zanzara inavvertitamente uccisa. Hanno preso in prestito dalla Bibbia persino il loro grido d’allarme: “Strage degli innocenti”. Ogni anno, da almeno dieci, lo esalano, sempre uguale, più immutabile delle liturgie pasquali: non obbedite a bieche e decotte tradizioni, non mangiate l’agnello a Pasqua, non comportatevi da assassini senza coscienza, da novelli Donato Bilancia del desco mangereccio.

LE RICHIESTE A PAPA FRANCESCO. Quest’anno, la retorica ha trovato uno sprizzo di originalità. E quale? Nientemeno che l’elezione di papa Francesco, un Papa che ha rasserenato i cuori dei cattolici, forse piace ancor più a certi non cattolici, e soprattutto ai fedeli del vegetarianesimo e dell’essere vivente rigorosamente non umano. Sentire l’appello della delegazione di Bergamo della Lega Antivivisezione, che ha addirittura scritto ai parroci: «Potremmo fare un passo avanti nella storia, nella cultura e nella civiltà. Sarebbe un passo d’amore verso la vita in tutte le sue forme. Un’esortazione forte al rispetto di tutti gli esseri viventi che oggi sembra trovare maggiore eco con Papa Bergoglio il quale, scegliendo il nome del Santo di Assisi, richiama quello spirito francescano di umiltà, povertà, semplicità e di armonia col Creato». Un passo avanti nella storia e nella cultura. Cultura sarebbe, nientemeno, il non mangiare agnello. Anzi, il non mangiare carne proprio. Di questi tempi, si attribuiscono patenti culturali a proclami di ogni genere, non c’è da stupirsi. Così, secondo il consueto manicheismo, chi invece mangia l’abbacchio sarebbe arretrato, incolto, beota. Oltre che, si capisce, cattivo e sanguinario. 
Non è tutto. Il sito web della LAV si addentra anche nell’esegesi biblica. L’uccisione dell’agnello, oracolano i pasdaran della liberazione animale, «non ha alcun fondamento nella tradizione cristiana, semmai ha radici nel Vecchio Testamento». Magnifico. Il dettaglio salta agli occhi solo a chi ha studiato il retrogrado Catechismo o, più banalmente, i fondamentali del Cristianesimo: il Vecchio Testamento è stato forse depennato dai libri sacri senza che ce l’avessero detto? Avvertite il Papa, i vescovi, i sacerdoti, e fate aggiornare il lezionario, che propone ancora brani veterotestamentari nelle letture proclamate a Messa. Grazie, grazie LAV. E grazie ancora per la ciliegina finale: «È un rito cruento, in forte contraddizione col concetto di Resurrezione, che porta con sé il rinnovamento della fede e della speranza, è un rito non necessario in una società, la nostra, già impregnata di violenza e di morte, che serve soltanto a soddisfare gli interessi dell’industria alimentare». Dalla teologia formato bigino, alla lotta anticapitalistica: non male come visione globale. Dieci e lode.

LA FILASTROCCA DI RODARI. C’è però anche chi va oltre. Ad esempio, Earth, “Associazione per la tutela giuridica della natura e dei diritti degli animali”, anch’essa in prima linea nell’ammonire il Santo Padre, ricordandogli, bontà sua, i propri doveri: «Un Papa che ha deciso di chiamarsi Francesco non può essere indifferente a tanto dolore e coerentemente alla dottrina di Francesco le chiediamo di dire apertamente un NO deciso allo sterminio pasquale degli agnelli da latte e indirizzare la propria voglia di religiosità alla preghiera e alla pietà verso il prossimo, sia che abbia due che quattro zampe».
Ma il prossimo a due zampe, interessa davvero? Fin troppi di questi gruppi sostengono già che l’uomo sia peggio di ogni animale. Per il solo difetto di essere pensante. Anche se leggendo certe filippiche esacerbate il dubbio è dietro l’angolo, e ci riporta inesorabilmente alla mente la vecchia filastrocca di Gianni Rodari: «Anche il chiodo ha una testa / però non ci ragiona: / la stessa cosa capita / a più d’una persona».

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •