Cantare l’amore e le sue forme a Sanremo come alla Scala

Per quanto possano apparire distanti, la musica pop e l’opera lirica hanno almeno una cosa che le accomuna: il sentimento amoroso. Che sia sul palco dell’Ariston o in un teatro, le canzoni riescono sempre a descrivere lo stato d’animo di un innamorato. E le stesse emozioni fanno sussultare, a distanza di secoli, Violetta e Chiara Civello.

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Non ho un televisore in casa e non ho seguito Sanremo. Si badi bene, non sono uno di quelli che snobba il Festival perché non è “musica di un certo tipo”; la musica o è bella o è brutta e anche la kermesse sanremese ha una sua ragion d’essere. Quest’anno però ho deciso di leggere i commenti di alcuni utenti che seguo su twitter. Tra i più esilaranti quelli di Nazzareno Carusi, eccellente pianista e musicista a tutto tondo, che mi ha fatto venir voglia di ascoltare qualche canzone sulla rete. Nella maggior parte dei casi mi sono trovato di fronte a testi scontati, ricchi di luoghi comuni degni della rubrica Manuale di conversazione di Andrea Ballarini sul Foglio, per non parlare dell’aspetto musicale: soliti accordi, soliti arrangiamenti, melodie che starebbero bene su qualsiasi testo. Uno spettacolo generalmente noioso, non dico nulla di nuovo anzi rischio anch’io di cadere nel luogo comune.

Ma la canzone (anche quella tipica del Festival) che piaccia o no, ha il suo lontano progenitore nel Lied (che nella lingua tedesca significa appunto canzone), forma di origini antichissime basata sul canto accompagnato il più delle volte dal pianoforte che vedrà la sua esplosione nella tumultuosa stagione sociale e culturale del Romanticismo. Tra lied e canzoni “pop” però, si possono rinvenire sicuramente alcune affinità tematiche. Ad esempio l’amore. La canzone La notte presentata da Arisa al Festival di quest’anno, racconta la fine di un rapporto sentimentale e dei tormenti notturni della protagonista, riportando lontanamente alla mente le tematiche del Winteraisse (viaggio d’inverno) di Schubert dove si narra di un amante abbandonato e deluso il quale, consumato dal dolore, inizia una lunga peregrinazione. Oppure Irene Fornaciari quando canta “questo boato che ho sotto il respiro rimane il mio grande… grande mistero” sembra richiamare il “mistero” cantato da Calaf nella romanza Nessun dorma dalla Turandot. Proprio l’aria d’opera (che non è altro che una canzone inserita in una trama più ampia e complessa di eventi, all’interno di una scenografia ) offre numerosi spunti rinvenibili nelle canzoni d’oggi.

L’addio espresso nel brano Sei tu dei Mattia Bazar non può non farci vagamente tornare alla mente, in questo viaggio tra “antico” e “moderno”, il famoso addio tra Violetta e Alfredo nella Traviata, o l’addio tra Mimì e Rodolfo in Bohéme. In questa carrellata di esempi non possiamo non parlare dell’innamoramento. Chiara Civello con la canzone Al posto del mondo (non esattamente un capolavoro ma andrebbe premiata in questo caso l’intenzione) un po’ ci ha provato. Inevitabile non pensare all’aria di Violetta nel finale di primo atto della Traviata. Mai “canzone” ha così espresso la grande novità e il rifiorire del desiderio umano di fronte a un incontro inatteso. Violetta, che definisce folle la possibilità per lei di un amore vero canta: “Oh gioia, ch’io non conobbi, essere amata amando! […] Lui che nuova febbre accese destandomi l’amor […] A quell’amor che è palpito dell’universo intero, Misterioso, altero, croce e delizia al cor.” Ogni altro commento sarebbe superfluo, l’ascolto dalla voce del soprano Cinzia Forte mi sembra invece doveroso.

Twitter: @maestroleone

allegrotempestoso.blogspot.com

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