Budapest, 23 ottobre 1956. Quel grido di popolo che sembrava morto ma c’era. Sotto la neve

L’eroe del giorno è un popolo che grida. La forma dello Stato, per un popolo, è come un vestito. Se è stretto, lo soffoca. Non tutti, però, hanno la forza e il coraggio di reagire. Non subito, almeno. Il comunismo sovietico, per esempio, era un vestito stretto, una camicia di forza. Qualcuno si adattò e lo sopportò a lungo, qualcun altro no. E gridò, prima degli altri. Prima della Primavera di Praga, prima di Solidarnosc, prima della Romania, prima di Gorbaciov,  prima di tutto gli altri gridarono Polonia e Ungheria.

IL GRIDO UNGHERESE. Era il 1956. Il grido ungherese partì in un giorno drammatico di ottobre. Arrivò forte e chiaro a Mosca, che nel giro di due settimane lo seppellì con i carri armati. O meglio, pensò di averlo seppellito, perché quel grido c’era ancora, come il “seme sotto la neve”. Quando la neve si sciolse, ricomparve.

IL 23 OTTOBRE. Era un bel giorno del 1988, quello in cui, per la prima volta, furono commemorati pubblicamente i caduti di quel grido del ‘56. Era un bel giorno del 1989, quello in cui, finalmente, l’Ungheria fu proclamata Repubblica indipendente. Era sempre lo stesso bellissimo giorno di ottobre, il 23.

QUEL GRIDO C’È, SOTTO LA NEVE. Anche oggi, 23 ottobre, l’Ungheria celebra quel grido che sembrava morto ma non lo era. E che ancora oggi non muore, anche in questi tempi tristi e strani, anche ora che quel comunismo non c’è più, negli uomini e nei popoli. Non si vede ma c’è, sotto la neve.

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