Brasile, Leonardo non cede all’alcol test: ecco perché ha fatto bene

Il Brasile è quel paese dove per essere multati per guida in stato di ebbrezza basta avere un tasso alcolemico sopra lo 0,1%. Perfetto per i poliziotti che vogliono mazzette e Leonardo, additato come pessimo esempio, ha fatto bene a rifiutarsi di fare il test. In compenso però i terroristi come Battisti girano liberi per le strade

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Solidarietà piena a Leonardo, ex allenatore dell’Inter, ingiustamente presentato dai media come automobilista dedito alla guida in stato di ebbrezza per essere stato multato e privato della patente dalla polizia brasiliana a motivo del suo rifiuto di sottomettersi al test alcolemico. E se a dichiararla è un milanista di provata fede come me, potete stare certi che le ragioni ci sono tutte. Bisogna dunque sapere che in Brasile, con il presidente Lula regnante, è stata approvata qualche anno fa la Lei seca, un iniquo provvedimento di legge che stabilisce che nessuna percentuale di alcol superiore allo 0,1% è tollerabile nel sangue di chi si mette alla guida di un autoveicolo. Altro che “brindisi di troppo”, come ha titolato qualche giornale italiano: il povero Leonardo poteva essere qualificato come ubriaco alla guida anche avendo sorbito due gocce di Campari o un dito di birra.

Il Brasile è quel paese dove l’automobilista si vede multare e ritirare la patente per una quantità trascurabile di alcol nel sangue, mentre i terroristi pluriomicidi come Cesare Battisti si meritano il permesso di residenza permanente e se ne vanno in giro liberi. Un paradosso che si spiega con le altissime percentuali di ipocrisia e omertà, queste sì illimitate, che la classe politica dell’era Lula ha iniettato nel sangue del sistema brasiliano nell’ultimo decennio. La Lei seca permette a svariati elementi della polizia brasiliana, non tutti di specchiata probità, di taglieggiare praticamente qualunque conducente di veicoli. Come nella maggior parte dei paesi latinoamericani, i controlli della polizia stradale e le potenziali contravvenzioni che questa si mette in condizione di elevare sono solo pretesti per scroccare denaro agli automobilisti, che allungheranno agli agenti qualche bigliettone di sfroso per farsi lasciare andare in pace.

E cosa c’è di più promettente per la rapacità di certi poliziotti che fermare personaggi ricchi e famosi come calciatori ed ex calciatori? Per non finire sui giornali sotto titoli scandalistici accetteranno sicuramente di pagare la mazzetta. C’è però anche qualcuno che reagisce in maniera imprevista, dimostrando una buona dose di attributi. È il caso di Leonardo: pur di non dare soddisfazione ai suoi persecutori, si nega al test, accetta di finire sui giornali in una modalità poco edificante e di restare per un po’ senza patente (tanto fra poco tornerà in Europa per motivi di lavoro); però così evita di sganciare soldi sotto banco: la multa elevatagli in dovuta forma non andrà nelle tasche degli agenti.

Il Brasile è il paese dove le rivolte carcerarie sono sedate nel sangue, ma il cui governo eccepisce che i diritti umani del terrorista rosso Battisti non sarebbero rispettati nelle prigioni italiane. Il Brasile è il paese dei 25 omicidi ogni 100 mila abitanti (contro i 5,5 degli Stati Uniti e gli 1 dell’Italia) dove i politici non parlano mai di criminalità durante le campagne elettorali. Tre anni fa mi trovavo a San Paolo durante la campagna per le elezioni amministrative che dovevano rinnovare sindaco e Consiglio comunale della megalopoli brasiliana. In tivù sfilavano decine di candidati di tutti i partiti, annunciando i loro progetti per fognature, viabilità e scuole materne, attaccando quanto fatto dai loro predecessori. Qualcuno dirottava l’attenzione sui massimi sistemi, mettendo gli elettori di fronte ad alternative secche come “il socialismo, oppure la barbarie”.

Per le strade, non passava giorno senza che qualche cittadino venisse assassinato nel corso di rapine che avvenivano soprattutto ai danni di quanti si recavano a prelevare contanti dai bancomat. Ma i politici, di tutti i partiti, non avevano nemmeno una parola da spendere su queste cose, nessuna proposta di politica amministrativa che potesse incidere sul fenomeno, che riempiva le pagine di cronaca nera della stampa locale. La ragione? Probabilmente la paura di mettersi contro i cartelli della criminalità o di irritare la polizia, incline a reazioni poco piacevoli e per niente ortodosse nei confronti di eventuali critici. La classe politica brasiliana capace di intransigente arroganza nei riguardi dell’Italia è la stessa che se la fa addosso di fronte ai “poteri forti” che fanno regnare il disordine o un certo tipo di ordine per le strade del Brasile. Il coraggioso Lula avrebbe voluto tanto vendicarsi della polizia fascistoide che lo perseguitava quand’era sindacalista e del sistema di cui essa era espressione. L’impotenza lo ha costretto a un transfer freudiano: ha identificato nell’Italia berlusconiana l’oggetto delle sue frustrazioni e ha agito di conseguenza quando si è presentata l’opportunità. L’ingiustizia a cui Leonardo si è ribellato, pagando un prezzo non trascurabile, è solo un’altra conseguenza del sistema generato dalle frustrazioni della sinistra brasiliana.

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