Barack Obama, quando scambiammo un eroe per un dio

Essere eroi comporta un problema. Avendo in sé tratti divini (i greci li ritenevano nati dal legame amoroso di un uomo e di un dio), gli eroi rischiano spesso di essere scambiati per divinità. Quattro anni fa è capitato a un americano di colore. Su di lui si è riversata la speranza di una nazione, di un mondo.

Non una speranza piccola, di miglioramento, ma una speranza grande, di cambiamento. Indefinita e totale, come quelle che solo al divino si possono affidare. Il 5 novembre del 2008 mi sorprese, in classe, il sorriso stampato in volto a una mia allieva. «Perché sono contenta, professore? Oggi è un grande giorno per tutti noi». Ancora mi chiedo cosa avesse immaginato.

Sono trascorsi quattro anni. Barack Obama è un presidente che ha fatto cose buone e meno buone. Oggi qualcuno sceglierà di votarlo, qualcun altro no. Di quella speranza grande, però, non c’è più traccia. «Avevamo sperato fosse Bob Kennedy, e così non è stato» ha scritto Richard Cohen del Washington Post. “Obama, come no? Ma non è più la stessa cosa” scrive oggi Massimo Gramellini sulla Stampa. Quella ragazza, domani, non sorriderà per la sua probabile vittoria. Non ci penserà neppure, forse.

Buon risveglio dal sogno, America. Buon risveglio, Barack, anche se tu sapevi tutto già quattro anni fa. Mi piace immaginarti, la notte dell’elezione, mentre andavi a letto con gioia mista a tremore, chiedendoti: “Come posso io soddisfare tanta speranza?”. Sapevi già, quella sera, di non potercela fare. Troppo bella e troppo grande è la speranza che si accende nei cuori degli uomini. Troppo grande anche per i più grandi eroi.

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