Avete mai provato a guardare il mondo senza le mani?

rodin-mano-di-dio-credit-Ad Meskens-wikimediaPubblichiamo la rubrica di Annalisa Teggi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Dammi una mano». L’uomo si esprime in senso figurato, perché è efficace; poi capita che una frase simbolica diventi realtà. È interamente made in Italy il progetto della prima mano poliarticolata, polifunzionale e antropomorfa realizzata con una stampante 3D; in pratica, è una mano bionica ed è frutto della collaborazione tra l’Istituto italiano di Tecnologia di Genova e il centro protesi dell’Inail di Budrio. È robusta e leggera, pesa meno di 500 grammi e, soprattutto, non è inerte: il paziente può controllare la mano protesica attraverso due sensori che recuperano il segnale naturale dei muscoli residui.

Possiamo andare fieri di questo prodotto che è frutto di operosità e intelligenza nostrane, e che restituirà, a chi ha subìto un’amputazione, una delle funzioni più importanti del nostro corpo, la manualità. È noto che le persone a cui viene a mancare un arto continuino a sentirlo; non avendone esperienza diretta, mi limito a immaginare. Intuisco che una menomazione sia paragonabile alla nostalgia: ti fa sentire più forte l’importanza di ciò che ti manca. E paradossalmente, uno si accorge del valore di una persona, o di una parte del proprio corpo, proprio quando non c’è più.

Noi diciamo «dammi una mano» perché l’aiuto non è qualcosa di distaccato, ma è una mano tesa, un contatto condiviso, una partecipazione carnale e operativa. La sola volta che mi sono trovata di fronte a quel capolavoro della scultura che è La mano di Dio di Rodin, ho pensato a Chesterton che diceva che Dio è il vero materialista, colui che creò il mondo nella sua sostanza concreta. Insomma, la mano è il simbolo della creatività divina; mentre la lingua è il simbolo del diavolo, il cui unico potere è quello di falsificare con la menzogna la presenza della verità che Dio ha impresso dentro le forme concrete del mondo. Rodin scolpì su marmo tutto ciò, in forma di abbraccio; sì, si può abbracciare anche col palmo di una mano, cioè sostenere senza schiacciare; accogliere senza chiudere.

E poi ho pensato a quanto dicano di noi le nostre mani, a quanto traducano in atto l’intimo del nostro cuore e delle nostra mente. Sono, perlomeno, contraddittorie e amabili quanto noi: una carezza in un pugno, cantava Celentano. Siamo capaci di gesti opposti, perché non siamo robot, ma creature libere che intervengono nella storia. E così, ho fatto una specie di esercizio, usando la nostalgia come lente d’ingrandimento. Se fossi io quella senza mani, come guarderei la cronaca di quest’ultima settimana? Forse sarei attenta al valore dei gesti, più che alle parole.

Una mano ha lanciato coriandoli a Mario Draghi. Matteo Renzi ha stretto la mano a Barack Obama. Beppe Grillo si è destreggiato con una pialla manuale al Salone del mobile. Sui barconi alcuni migranti hanno spinto in mare dei compagni di sventura, altri si sono salvati da ciò tenendosi per mano. Qualche giorno dopo ne sono morti troppi di più in quello stesso mare, con mani incapaci di nuotare. E poi c’è lei, Stefania che ha potuto stringere di nuovo tra le braccia il suo Matteo e che, spiazzando tutti, ha accolto in quell’abbraccio anche il marito Enzo, che quel figlio di soli 15 giorni l’aveva portato via, scappando fino in Spagna. Un perdono così totale lascia sbigottiti, come ogni inaspettato e mirabile gesto della gente comune.

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