Attenzione, lo stato di emergenza può dare dipendenza

Mario Draghi lascia la conferenza stampa

Su Scenari economici Guido da Landriano all’inizio di un’impegnata disanima del rapporto tra stato di emergenza e Costituzione italiana (tema sul quale già Angelo Panebianco aveva svolto considerazioni analoghe sul Corriere della Sera) cita questa frase di un autorevole giurista come Gaetano Azzariti: «Quando qualcuno (Silla prima, Cesare poi) ha pensato di estendere lo stato di emergenza e si fece confermare oltre il tempo i pieni poteri, ecco che la dittatura da “commissaria” si fece “sovrana”, e la Repubblica capitolò. Ancora oggi è questa la sfida più grande. Se infatti adesso sopportiamo limitazioni di libertà disposte in piena e solitaria responsabilità dal governo pro tempore in carica, lo facciamo per necessità, avendo ad esso trasferito di fatto i poteri sovrani. Consapevoli però che, se dopo aver sconfitto il terribile e invisibile nemico, non si dovesse tornare alla normalità, rischieremmo di precipitare nel buio della Repubblica». Proprio perché combattere la pandemia richiede inevitabili provvedimenti tecnici rapidi e incisivi, non ci si deve dimenticare di quel che potrebbe succedere dopo.

Su Atlantico quotidiano Lorenzo Gioli scrive che «secondo l’ultimo rapporto Censis, il 74,1 per cento dei giovani fra i 18 e i 34 anni ritiene che troppi anziani occupino posizioni di potere nella società. Il 54,3 per cento crede che si spendano troppe risorse pubbliche per le fasce di popolazione più anziane, a scapito delle giovani generazioni». Senza visioni, senza uno sforzo educativo, senza battaglie culturali una società ha difficoltà a “stare insieme”. Dopo dieci anni dal commissariamento della politica impostato da Giorgio Napolitano che ha impedito appunto visioni, educazione, confronto culturale, il Censis ci dà un ulteriore dato su quanto sia avanzata la nostra disgregazione.

Sulla Zuppa di Porro si legge: «Eppure nonostante il suo spessore politico alla fine Macron ha molti difetti del suo piccolo imitatore di Rignano: innanzi tutto quello di puntare sull’idea di comprimere la politica nello stato delle cose presenti senza gli slanci di un certo conservatorismo che vuole fare i conti con le derive del globalismo, e senza i valori di una certa socialdemocrazia né i travagli di un ecologismo erede costruttivo (almeno in parte e in Germania) del distruttivo ribellismo sessantottino». Sono riflessioni legate al viaggio del presidente francese a Budapest.

Su Formiche Andrea Romano dice: «Se il segnale di Letta è stato improntato alla responsabilità e all’apertura, la risposta di Meloni conferma il cupo settarismo di una destra che scommette solo sulla divisione dell’Italia». Nel giro di qualche giorno Enrico Lettino e i lettiniani hanno chiesto a Silvio Berlusconi di isolare i sovranisti Giorgia Meloni e Matteo Salvini, poi hanno chiesto alla Meloni di salvare l’Italia dal paranoico tentativo di Berlusconi di conquistare il Quirinale, ora chiedono a Berlusconi e Salvini di combattere il cupo settarismo di destra della Meloni. Le nuove campagnette lettiniane stanno alle antiche e talvolta terribili campagne per combattere quello che appariva il “nemico principale” (da Alcide de Gasperi a Bettino Craxi) come la solennità dell’antica filastrocca “Ambarabà ciccì coccò” sta a quella dell’Internazionale.

Sul Sussidiario sotto lo pseudonimo Lao Xi si scrive: «Così, senza Mattarella e senza Draghi, nel mezzo di un piano di sviluppo tutto da attuare, con un’epidemia ancora non debellata e in un quadro internazionale sempre più confuso, l’Italia precipita in un grande rischio. Quindi noi, che avevamo candidato Draghi a Palazzo Chigi quasi due anni fa e non siamo stati sempre d’accordo con quello che ha fatto, a questo punto pensiamo: o Draghi o il caos». Ecco una conclusione che mi sento di condividere.

Su Huffington Post Italia Angela Mauro scrive: «Il tutto, fatta salva la sovranità nazionale, ci mancherebbe. Ma in una Unione di 27 paesi legati a doppio filo, ancor più con la pandemia e i fondi comuni anti-crisi del Next Generation Eu, il destino di uno Stato membro è parte del destino degli altri». Anche commentatori intelligenti su siti di grande qualità danno spesso l’aria di avere interiorizzato la “necessaria” (per carità ce la chiedono i mercati) subalternità dell’Italia all’asse carolingio.

Su Huffington Post Italia si riportano così le parole della ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock: «L’entrata in funzione del Nord Stream 2, il gasdotto russo-tedesco attraverso il Mar Baltico, non può essere approvata “allo stato attuale” dalla Germania perché “non soddisfa i requisiti del diritto dell’Ue in materia di energia e permangono questioni di sicurezza”». E adesso che cosa succederà? Vladimir Putin licenzierà Gerhard Schroeder? Schroeder tenterà di licenziare Olaf Scholz?

Su Affari italiani Nosi riporta questa affermazione di Dario Franceschini: «Quando il tuo competitore politico vuole andare a votare vuol dire che ha vantaggio a votare in quel momento e non glielo devi consentire, tutto qui». E fanculo il popolo sovrano, non l’aggiungiamo?

Sulla Nuova bussola quotidiana Eugenio Capozzi scrive che «il futuro dell’Ue tende così ad apparire, anche a chi riconosceva l’auspicabilità di uno spazio politico-istituzionale continentale e sperava che esso si evolvesse in una democrazia federale, come una prigione da cui l’impulso naturale è quello di fuggire: anche se, come nella vecchia canzone Maracaibo di Lu Colombo, non si sa dove». Insomma ci sarebbe una differenza tra l’amare l’europeismo e l’amare l’euro-wokismo.

Su Linkiesta Francesco Cundari scrive che «per quanto riguarda poi il Pnrr, è evidente che l’uscita di Draghi da Palazzo Chigi certo non renderebbe le cose più semplici, non foss’altro perché coinciderebbe quasi certamente con elezioni anticipate, con una nuova campagna elettorale caratterizzata da una sorta di bipopulismo perfetto, e molto probabilmente con la vittoria dello schieramento più populista di tutti». L’intelligente Cundari non si rende conto che la scelta non è tra entrare in campagna elettorale o no. Ma se la campagna elettorale sarà di 60 giorni o di 400. A meno che, grazie all’emergenza o all’argomento che non si deve far vincere il bipopulismo, non si annullino anche le politiche del 2023.

Su Byoblu Fulvio Grimaldi scrive: «L’Ilva è passata di proprietà in proprietà, privata, pubblica, semipubblica, nazionale, estera, mista. Ma continua ad avvelenare e a Taranto si continua a morire. Nulla sembra riuscire, o voler riuscire a fermare lo scempio di ambiente e salute. Ma mentre si chiacchiera tanto su Taranto, il silenzio regna sovrano su un altro polo dell’inquinamento e della distruzione della salute: Brindisi». Dov’è un nuovo Tacito che scriva: hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato ecologia?

Foto Ansa

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