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L’assalto dei ricordi. Una domenica mattina a Milano

novembre 9, 2015 Marina Corradi

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Milano, 1 novembre. Alzarsi presto, una domenica mattina. Milano dorme ancora. In un giardino di via Andegari, oltre le siepi di bosso fitte fioriscono ancora le viole. Il silenzio di queste vie profondamente ricche è tale che verrebbe da camminare in punta di piedi, per non disturbare. Mi sfiora, profittando del silenzio, un ricordo: in questa stessa via, una sera di pioggia, vent’anni fa. Tiro dritta, e lo ignoro.

Lucido e deserto il marmo della Galleria, chiusi gli sfarzi di Prada e Vuitton, chiusi i caffè lussuosi. È verginale Milano a quest’ora, quando le casse dei negozi del lusso ancora non battono voracemente scontrini. Nella vastità di piazza Duomo mi si allarga il respiro e il cuore: quanto spazio, quanta aria, e fresca a quest’ora, e quasi pulita. Alzo gli occhi alla foresta delle guglie bianche: tutte in ordine, nella pia selva sotto al cielo chiaro. Il mio cane si diverte un mondo a spaventare i piccioni: arf, ringhia, e guarda soddisfatto il loro spaventato svolazzare. Davanti a Palazzo Reale i camion dell’Amsa lavano vigorosamente un selciato già apparentemente pulitissimo. Che strana commistione di Svizzera e Mediterraneo, penso, è Milano.

Ma come uno sparviero di colpo mi piomba addosso un ricordo, un altro: esattamente in questo punto della piazza, oltre trent’anni fa, sotto a un gran temporale. Lo caccio, come il cane fa con i piccioni. Giro da piazza Diaz dietro al Cordusio. Dei ciclamini fiammanti su un balcone di via Spadari adorano l’unico raggio di sole che riesce a penetrare tra i vicoli stretti. In via Armorari, il mattiniero alveare del mercato di francobolli. Nelle strade ora si affacciano le prime comitive di russi. I bar alzano le saracinesche, in un fracasso di acciaio. Passo davanti alla sede del Giornale con una fitta al cuore: qui venivo a prendere mio padre, certe sere. Silenzio. Da dietro al Duomo, campane.

Via Verdi, Borgospesso, via Ciovasso, la Brera una volta popolare e ora esclusiva. Io ho fatto ancora in tempo, da ragazza, a vedere le ultime botteghe. Un ricordo vigliaccamente mi assale alle spalle: di quando avevo sedici anni, una mattina che c’erano i picchetti, e a scuola non si entrava, e noi studenti si sciamava per Brera. (Non dovresti, mi dico, avvicinarti così pericolosamente al liceo Parini).

Piazza Cavour. Alzo gli occhi alle finestre del Palazzo dei giornali, rivedo i giorni in cui, giovanissima, lavoravo in un quotidiano del pomeriggio, La Notte, e tornavo qui trafelata da qualche periferia, da qualche omicidio fra spacciatori. E battevo, di corsa, nella redazione fumosa, sui tasti di una vecchia Olivetti, sotto lo sguardo severo del caporedattore. Ma, via, tutti questi ricordi: li scaccio come zanzare in una notte afosa.

A una certa età, la propria città pullula di ricordi. Malinconici o belli, ma così invadenti: ti passano radente, e ti lasciano incredula che tanto tempo sia passato, già. Milano ora si sveglia, e i fantasmi evaporano. Ci vorrebbe, a una certa età, una città intonsa di ricordi. Una città tutta altra, tutta nuova – in cui i tuoi passi sui marciapiedi non ricalchino, inesorabilmente, quello che è stato già.

Foto Milano piazza Duomo da Shutterstok


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