Altro che Beppe Grillo, i veri conservatori sono gli insegnanti

«M’insegnavate come l’uom s’etterna» (Inferno, canto XV)

La scorsa settimana è stata molto educativa, nel senso che sono accaduti fatti che, pur eterogenei, avevano nella scuola un denominatore comune. Lunedì: il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha dichiarato che la scuola è una priorità del governo. Martedì: è giunta la notizia del massacro compiuto in un collegio nigeriano dalle milizie islamiste di Boko Haram; 58 studenti tra gli 11 e 18 anni sono stati sgozzati e poi bruciati. Negli stessi giorni la Rai ha proposto una fiction su Alberto Manzi, dapprima insegnante in un carcere minorile e poi celebre maestro della trasmissione Non è mai troppo tardi.

Infine, tra giovedì e sabato si è svolta a Firenze la XIII edizione dei “Colloqui Fiorentini”: partendo dallo spunto contenuto nel titolo dell’evento «Ah perché non è infinito come il desiderio, il potere umano?», circa duemila studenti e insegnanti hanno approfondito la conoscenza di Gabriele D’Annunzio, ascoltando lezioni e discutendone poi nei seminari.

Sono scorci diversi che suggeriscono quanto nevralgico sia il ruolo dell’educazione: è il pilastro che tiene in piedi un popolo ed è perciò il primo obiettivo della furia cieca del terrorismo. E la scuola è tenuta in piedi da chi la fa, stando sotto i riflettori o destreggiandosi nelle periferie. Riflettendo su tutto ciò, non riesco proprio a tacere un certo fastidio che avverto al pensiero che il signor Beppe Grillo si vanta di essere un vero conservatore (perché si batte per l’acqua pubblica, contro le privatizzazioni).
Eh, no. L’insegnante è il vero conservatore. In mezzo a molta acqua torbida e a proposte annacquate, il bravo maestro e il professore coraggioso sono spesso e volentieri indaffarati a remare controcorrente, sia perché affrontano difficoltà spicciole e urgenze di ogni tipo, sia perché – soprattutto – sono impegnati a condurre chi li segue verso la sorgente, all’abc dell’umano.

Alla faccia di chi fa il grillo parlante, urlando e insultando, l’insegnante semina, «sedendo» e «mirando», direbbe Leopardi. Perché in fondo, quel che accade ne L’infinito è un esemplare giorno scolastico. Stando seduti tra quattro pareti, cioè apparentemente esclusi dal pieno orizzonte della realtà, capita di mirare: che è un guardare intento non tanto all’osservazione esteriore, ma a un’indagine intima di sé. Io vado comparando «questo» e «quello», prosegue Leopardi: sto in «questo» mio spazio limitato di realtà, fatto di una siepe e di una brezza di vento, e lo paragono a tutto «quello» che contiene il vasto della mia riflessione e immaginazione, fatte di grandi – interminati, sovrumani, profondissimi – spazi e silenzi.

L’acqua che sgorga da questo paragone è un fiume in piena, ci dice il poeta: «e mi sovvien l’eterno,/ e le morte stagioni, e la presente/ e viva, e il suon di lei». Se c’è qualcosa da conservare è questo ampio spazio di complessità, entusiasmi e drammi che segnano la vita. Il vero conservatore, l’insegnante, rema tra «questo» e «quello»; nello spazio fuggevole di un’ora, osa essere vasto e perentorio: enuncia teoremi e traccia le linee nette di un triangolo, dice che «albero» è un nome maschile singolare e «piume» è femminile plurale, parla dell’eterno e fa memoria delle guerre.

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