Alle elezioni anche noi voteremo Totila (c’è sempre un Benedetto da seguire)

È possibile immaginare che i benedettini avessero simpatia per Totila?
L’accostamento che si propone in alcune parti del mondo cattolico è quello tra la situazione attuale e l’epoca del monachesimo.
Come è noto, i benedettini escono dalle città e costruiscono monasteri, comunità che provvedono a loro stesse attraverso il lavoro dei monaci, per “quaerere deum”, secondo l’espressione di Benedetto XVI: «…Non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio» (Incontro con il mondo della Cultura al College des bernardins, Parigi, venerdì 12 settembre 2008).

È l’epoca delle invasione barbariche: la coscienza sociale comincia a essere permeata dal cristianesimo e l’invasione delle tribù germaniche (re)introduce una cultura pagana. Potremmo dire un’epoca di meticciato.
Poiché tutti ricordiamo San Benedetto, ma pochi conservano memoria di Totila, re dei Goti, vale la pena raccontare qualcosa del loro incontro, così come lo rievoca San Gregorio Magno.
La cosa potrebbe essere istruttiva.

Al tempo dei Goti, il loro re Totila, avendo sentito dire che il santo era dotato di spirito di profezia, si diresse al suo monastero. Si fermò a poca distanza e mandò ad avvisare che sarebbe tra poco arrivato. Gli fu risposto dai monaci che senz’altro poteva venire.

Dunque il re (un barbaro, non dimentichiamolo) vuole incontrare il santo, ed è lui, il potente, a muoversi verso il monaco, l’autorità; quest’ultimo, dotato di spirito di profezia, gli può infatti dire qualcosa circa la consistenza, la natura e lo scopo del potere; e Totila è sommamente interessato a questo. Sarà pure un Goto, ma si tratta di un Goto intelligente.
Da parte sua, San Benedetto lo riceve senz’altro: Dio è entrato personalmente nella realtà e Totila che, immaginiamo, aveva come unico riferimento l’accadere e il succedersi dei fatti della realtà (oggi, forse, diremmo di lui che era un pragmatico) costringe il monaco cristiano a definire l’orizzonte della sua ragione, del suo «quarere Deum».
San Tommaso dirà, a proposito della verità: «adaequatio rei et intellectus».

Insincero però com’era, volle far prova se l’uomo del Signore fosse veramente un profeta. Egli aveva con sé come scudiero un certo Riggo: gli fece infilare le sue calzature, lo fece rivestire di indumenti regali e gli comandò di andare dall’uomo di Dio, presentandosi come fosse il re in persona. (…)
Appena Riggo entrò nel monastero, ornato di quei magnifici indumenti, e circondato dagli onori del seguito, l’uomo di Dio era seduto in un piano superiore. Vedendolo venire avanti, appena fu giunto a portata di voce, gridò forte verso di lui: “Deponi, figliolo, deponi quel che porti addosso: non è roba tua!”. Impaurito per aver presunto di ingannare un tal uomo, Riggo si precipitò immediatamente per terra e, come lui, tutti quelli che l’avevan seguito in questa gloriosa impresa.

Il potente, il politico, è insincero. L’uomo è insincero, finge di essere quel che non è o si nasconde e manda avanti al suo posto chi è disposto a fargli da servo.
Dice Geremia: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo».
Per questo bisogna diffidare dagli impuri che si presentano come puri.
Non per nulla Dante insegna che la menzogna, la bestia «che tutto ‘l mondo appuzza», ha faccia «d’uom giusto».

Ecco la ragione per cui temiamo l’attuale sinistra italiana, che guarda alla realtà come astrazione perfettibile (sovente con l’apporto interessato della magistratura).
Rievocando gli anni della caduta del muro di Berlino, Piero Sansonetti, nell’introduzione al suo libro La sinistra è di destra, scrive: «Tra l’ipotesi di lavorare per ricostruire un nuovo asse tra libertà ed eguaglianza e l’ipotesi di costruire invece un nuovo asse tra ex Pci e i giudici, (i dirigenti comunisti ndr.) preferirono la seconda strada, che sembrava molto più semplice… Tornava l’idea della “potenza esterna” che arrivava in soccorso e portava in dono il potere. È iniziata così la morte della sinistra».

Totila allora si avviò in persona verso l’uomo di Dio. Quando da lontano lo vide seduto, non ebbe l’ardire di avvicinarsi: si prosternò a terra.

Il barbaro si rende conto che l’autorità di Benedetto non ha radice in una affermazione di sé. Egli è un uomo di Dio, testimonia una verità che non gli appartiene; al contrario è lui, il monaco, ad appartenere alla Verità.
Per questo Totila si inchina davanti a lui. Quando vede il Bene lo riconosce, contrariamente all’uomo che confida solo in se stesso: da quest’ultimo non viene nulla di buono.
Egli dimora «in luoghi aridi» e la sua presunzione trasforma il mondo «in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere» (sempre Geremia 17).

Quando da lontano lo vide seduto, non ebbe l’ardire di avvicinarsi: si prosternò a terra. Il servo di Dio per due volte gli gridò: “Alzati!”, ma quello non osava rialzarsi davanti a lui. Benedetto allora, questo servo del Signore Gesù Cristo, spontaneamente si degnò avvicinarsi al re e lui stesso lo sollevò da terra.

La speranza di Totila, a questo punto, è Benedetto: è il Santo a rialzarlo da terra, a dare conforto e fondamento al suo potere. Senza l’iniziativa di Benedetto, Totila sarebbe condannato a strisciare per terra. Il suo potere non sarebbe niente. Poiché c’è Benedetto, Totila può contribuire al Bene comune.

Dopo però lo rimproverò della sua cattiva condotta e in poche parole gli predisse quanto gli sarebbe accaduto. “Tu hai fatto molto male – gli disse – e molto – ne vai facendo ancora; sarebbe ora che una buona volta mettessi fine alle tue malvagità. Tu adesso entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai nove anni, al decimo morirai”. 

Benedetto non è tenero con Totila: come i profeti della Bibbia dice la verità, anche se questa è ruvida, ma non gli impedisce di assumersi la responsabilità del potere. Anzi lo spinge a farlo, ricordandogli i limiti dalla sua azione.

Lo atterrirono profondamente queste parole, chiese al santo che pregasse per lui, poi partì.
Da quel giorno diminuì di molto la sua crudeltà.

Per la politica è più importante che ci sia Benedetto del fatto che qualcuno si presenti onesto e moralmente puro.
Se c’è Benedetto, allora anche Totila può fare qualcosa di buono: non è lui a minacciare la polis.

Veniva spesso a trovare il servo di Dio il vescovo di Canosa, e Benedetto lo amava molto per la sua degnissima vita. Un giorno discorreva con lui dell’entrata di Totila in Roma e della distruzione della città che per opera di quel re sarebbe stata distrutta e resa inabitabile. Il servo di Dio gli rispose: “Roma non verrà distrutta dai barbari; ma colpita dalle tempeste, uragani, fulmini e terremoti, cadrà da se stessa in rovina”.

Ecco perché aderiamo all’appello di Tempi: anche noi voteremo Totila.
Non è lui la nostra salvezza; non è lui la nostra dannazione.
Noi speriamo in Benedetto.
È lui che seguiamo.
C’è sempre, infatti, un Benedetto da seguire.

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