Anche un aeroporto può essere una casa dove gettare fondamenta. La storia (vera) dei coniugi Lane-Smith

Film Title: The Terminal.«Un fatto, al suo meglio, non è altro che un vestito della verità, che ha diecimila cambi d’abito intessuti nello stesso telaio». I fatti hanno a che fare col vero, ma non sono la verità, ci dice in modo poetico lo scrittore scozzese George MacDonald. Ogni evento indica qualcosa di vero; eppure non contiene la compiuta pienezza che pare suggerire. E, dunque, accade che certi fatti ci attraggano fortemente, e che poi il nostro bisogno di verità si esaurisca in una pura curiosità analitica: spremiamo i dati come un’arancia fino a schiacciarli; vorremmo tirare fuori da lì la verità, come se fosse tutta lì dentro.

In un trafiletto ho letto la notizia dei coniugi inglesi Alan Lane e Katrina Smith, rispettivamente di 71 e 62 anni, che da 18 mesi vivono nell’aeroporto londinese di Heathrow. La crisi economica e alcuni investimenti sbagliati hanno costretto la coppia a vendere tutto, compresa la loro bella casa nel Dorset. E, proprio come Tom Hanks nel film The Terminal, hanno fatto dell’aeroporto il loro tetto. Due cuori e una capanna nel loro caso è diventato due cuori e un trolley, perché Alan e Katrina, per non dare nell’occhio, si portano sempre dietro una valigia, così da sembrare viaggiatori e non vagabondi senza casa. Una volta che il Daily Mail ha reso nota la loro storia, sono piovute offerte generose su di loro. Poi il tritacarne mediatico ha vivisezionato le loro vite, per verificare fino a che punto fossero indigenti. Sono sorti dei dubbi. E dalla comprensione si è passati agli insulti in un batter d’occhio.

Non ho la presunzione di dire o di voler sapere tutta la verità sulla coppia Lane-Smith, mi basta aver intravisto attraverso di loro, per un attimo, il soprabito di una verità o forse solo di un bisogno vero. Anche di un aeroporto si può fare una dimora. Continuamente ci viene servita su un vassoio dorato l’intrigante facilità di stare in aeroporto: il mondo virtuale e quello reale moltiplicano per noi i punti di incrocio, luoghi e network in cui scambiare due parole e poi rimettersi sulla propria strada. Soli con la nostra valigia, appiccicati a mille altri come noi.

E proprio in questo nostro aeroporto globale c’è bisogno di case. «Maestro, dove dimori?», chiesero i discepoli. In una sala d’attesa sovraffollata di voci e di passi, vedo un uomo e una donna seduti. Stanno lì tutto il giorno, si parlano, mangiano, vanno alla toilette e poi dormono. Tracciano un cerchio domestico, un abbraccio, lì dove ci sono troppe linee rette che s’incrociano ignorandosi a vicenda.

Più le circostanze sono centrifughe, più vale la pena essere centripeti. Penso a un’amica, mamma, in piena rotta di collisione col figlio adolescente. Lui vorrebbe buttare per aria casa e andarsene sbattendo la porta. Lo farà (ed è giusto). E lei resterà lì, anche solo a pulire i bagni e rifare i letti, perché poi lui tornerà. Chissà come e chissà quando, forse anche solo con un sms, vorrà verificare che c’è un punto fermo, in mezzo ai suoi mille viaggi. Poi penso a un amico, papà, ferito da un separazione voluta dalla moglie; e lo penso mentre macina chilometri tutti i sacrosanti pomeriggi per stare qualche ora accanto ai figli che sono in un’altra città. E anche lì, in un parco pubblico tra scivoli e altalene, lui getta da capo le sue fondamenta.